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X-FILES : Ricordi
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:38 pm    Oggetto:  X-FILES : Ricordi
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PARTE PRIMA: PROLOGO



I ricordi non passano mai
Stanno con noi
Sono molto più forti di noi
Più vivi.
A. Minghi, I Ricordi del Cuore




Quando sei un bambino, non sai cos’è la vita.
Trascorri i giorni pensando a quelli successivi, pensando alle avventure che ti aspettano, agli amici e alle torte, alle estati e al ritorno a scuola, ai Natali e ai compleanni.
Ma non sai cos’è la vita.
Ti limiti a viverla, senza sapere esattamente perché.
Ma poi un giorno ti svegli, e ti sembra che tutto, attorno a te, sia cambiato. Sia diverso. Ti guardi attorno stranito, quasi meravigliato di quello che vedi. Perché quello che vedi è lo stesso di quello che hai visto in passato. Eppure è comunque diverso. Non capisci perché è diverso, ma lo accetti e continui a vivere. Fino a che lo capisci. E in quel momento capisci cos’è la vita, perché la stai vivendo e diventi l’uomo che sei e speravi di diventare.
E’ una certezza che ti colpisce, come un martello colpisce un’incudine. Così forte, che ti porta a cambiare a e vederti intorno.
A vedere che non c’è solo sole attorno a te.
Ma c’è nebbia.
Pioggia.
Neve.
Che sono lì, sospese in cielo. E si formano, e si disfano. Come la sicurezza che credevi di possedere, ma in realtà non hai mai avuto.
Perché non esiste una certezza.
E’ un miraggio nel mezzo del deserto della vita. E’ il sogno che ti fa andare avanti. E’ l’oasi che vorresti raggiungere. Per sfuggire da tutto.
Dal dolore. Dalla paura.
Dal vuoto che si crea sotto i tuoi piedi. All’improvviso. Senza che tu ne fossi a conoscenza, se non quando è troppo tardi. E cerchi disperato una mano che si protenda verso di te, e ti salvi la vita.
Avevo una sorella.
Si chiamava Samantha, e per quanto allora non riuscissi ad ammetterlo, era la vera gioia della mia vita. Erano le sue trecce che vedevo al mattino. I suoi sorrisi. I suoi occhi accigliati. I suoi lunghi capelli.
Aveva otto anni quando me al portarono via. Bamboccio incapace, la lasciai andare verso la luce che bloccava il mio corpo.
E lasciai che quella luce divenisse rabbia e senso di colpa. Che divenisse l’unica ragione che mi permetteva di aprire gli occhi alla luce del giorno. Per cercarla. Per scrutare ogni angolo. Ogni anfratto in cui potesse nascondersi la verità che mi avrebbe condotto a lei.
Ma se lasci che il tuo corpo rimanga bloccato a lungo, esso rimane comunque immobile, anche quando, all’improvviso, decidi di smuoverlo. E non ti resta che piangere…
***

Dana Scully alzò la cornetta al terzo squillo, appena prima che la segreteria scattasse con il suo noioso messaggio.

- Pronto? – dall’altra parte sentiva un silenzio teso, alternato ad un respiro breve e frettoloso. – Pronto? – ripeté. – Mulder, sei tu?

La paura s’insinuò dentro di lei, come una sottile stilettata nel cuore. Che ti entra lentamente e ti divora l’anima.

- Scully? – Sentì la sua voce roca arrancare dalla caverna del dolore.

- Mulder? Che è successo?

- Mia madre… mia madre è morta.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:38 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:39 pm    Oggetto:  
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SECONDA PARTE: LETTERE



25 Maggio 1973

Cara Lilian,
perdonami se non ti ho scritto negli ultimi giorni, ma sono successe troppe cose perché ne avessi la forza. Una squadra del mio reparto è caduta in un agguato tre giorni fa, mentre era in ricognizione lungo il Mekong. Osbert, quello del Texas di cui ti ho parlato, non ce l’ha fatta. Clifton e Miles hanno riportato serie ferite e sono stati portati all’ospedale di Da Nang.
Siamo rimasti in pochi, Lilian. Il sergente Frost ci ha detto che probabilmente ci aggregheranno ad una nuova compagnia. Avrei preferito che ci dicesse che ci rimandavano a casa.
Saluta mia mamma e mio padre, dì loro che li penso ogni giorno in questo inferno.
Ti amo,
Al




7 Giugno 1973

Tesoro,
ricordi quando, a casa, mi lamentavo delle zanzare? Bene, prometto di non farlo più. Ieri non facevano che grattarci mentre eravamo in ricognizione.
I b-52 hanno ripreso i bombardamenti. Quello che ho visto al nostro passaggio non ho neanche il coraggio di raccontarlo. Si sentiva odore di carne bruciata, escrementi e polvere da sparo.
Ti prego, non raccontare nulla di tutto questo a mia madre. Dille che sto bene. Che ci danno un rancio sufficiente, e che riesco a dormire, nonostante la paura dei vietcong.
Domani verrò trasferito in un nuovo reparto.
Ti amo,
Al




9 Giugno 1973

Lilian,
non puoi nemmeno immaginare chi ho incontrato nel nuovo reparto.
Ti ricordi di Frank Ruper? Si, proprio quel Frank Ruper, quello che ho incontrato al corso di addestramento. Quello sposato con Tania, ricordi? Non potevo credere ai miei occhi quando l’ho visto! Era imbrattato di nero, di ritorno da una ricognizione solitaria. Lo hanno promosso caporale, ci pensi? Lui è qui da quando è arrivato. A quanto pare il suo, è uno dei reparti che hanno subito meno perdite. Sono contento di averlo ritrovato, mi sento più vicino a casa. Ho una voglia folle di abbracciarti, lo sai? E di fare l’amore con te. Ho pensato che sarebbe bello avere un figlio, e, se mai uscirò vivo da questo inferno, devi promettermi che ci metteremo d’impegno per averne uno, bello e forte.
Ti amo,
Al




23 giugno 1973

Cara Lilian,
stiamo lentamente perdendo le speranze che questa guerra possa finire in fretta. Sono sei mesi. Sei mesi fa, il presidente Nixon annunciava la fine dei bombardamenti. Ma noi siamo ancora qui e vediamo i b52 planare sulle nostre teste per andare a gettare napalm e bombe dirompenti sui villaggi vietnamiti. Ieri ho visto alcuni corpi martoriati dalla gelatina, come la chiamiamo. Prego il Signore Iddio, che tu non possa mai vederli, e che non possa mai sentire i colpi di mortaio e kalashnikov vibrare nell’aria.
Al




1 Luglio 1973

Tesoro,
voglio assicurarti che sto bene.
Non so cosa i giornali e le radio possano dire, ma sto bene. Ho solo diverse escoriazioni, ma non è nulla di grave.
Ero anch’io in quell’inferno.
La squadra che ci ha preceduti è andata persa del tutto. Ho visto i loro corpi smembrati, mischiati a terriccio, corteccia di alberi e fogliame. Pensavamo che non vi fossero più vietcong nei paraggi, invece le mitragliatrici pesanti hanno iniziato a vomitarci addosso centinaia di proiettili. Il marconista ha contattato immediatamente il campo base, ma Coke è morto immediatamente. Frank ed io abbiamo raccolto Adam e Dixon e siamo rimasti al coperto in attesa di rinforzi. Siamo stati in mezzo a quella dannatissima foresta sa Iddio quante ore. Ma ce l’abbiamo fatta.
E’ stata una brutta avventura, amore mio, ma me la sono cavata. Ringraziate il Signore la prossima domenica, durante la funzione.
Ti amo,
Al




15 Luglio 1973

Lilian,
mi hanno promosso! Ora sono caporale anche io. Il sergente Frost me lo ha comunicato poche ore fa, e l’ho immediatamente detto a Frank.
Anche lui scriveva a casa. Sai che lui e Tania hanno un bambino? Frank non l’ha mai visto. E’ stato chiamato alle armi prima che nascesse. L’ha visto solo in foto, ma è un bambino bellissimo. L’hanno chiamato Bates, come il nonno di Frank che ha fatto la Grande Guerra. Frank porta sempre la foto con sé. Dice che è un portafortuna, e che la conserverà quando farà ritorno a casa, sporca e malconcia, così, quando Bates sarà grande potrà mostrargliela orgoglioso. Per un attimo, mentre parlavamo nei nostri alloggi, sotto le luci delle lampade, mi è sembrato di non essere in guerra. E’ una serata tranquilla. Niente esplosioni, niente colpi di mitragliatrice.
Ah, come vorrei fosse sempre così!
Al




3 Agosto 1973

Cara Lilian,
il sergente Frost ha avuto ordini dal comando e ci ha imposto di scrivere di meno. A quanto pare le poste americane sono intasate da lettere dal Vietnam e non riescono a smaltirle in fretta. Dillo anche alla mamma e al babbo, così che, se non scrivo, non dobbiate preoccuparvene. Mi dispiace ridurre le lettere che vi mando, mi piace scrivervi, è come ritagliarmi un posticino fuori da questo inferno, ma dobbiamo eseguire gli ordini. Frank era molto contrariato e ha lasciato la mensa prima di finire il rancio, in silenzio. Penso di poterlo capire.
Mi dispiace, devo andare ora. Fra 45 minuti parto in ricognizione e devo prepararmi.
Ti amo,
Al




20 Agosto 1973

Tesoro,
il caldo non accenna a diminuire. E’ un caldo umido, ti senti la pelle viscida e ti viene voglia di fare una bella doccia fredda. Ma ci dobbiamo accontentare. A volte mi chiedo se mi vorrai ancora, così lurido e sporco come sono. Non dovrei lamentarmi. Ieri è arrivato il 203° reggimento paracadutisti. Hanno tentato un’incursione aerea per conquistare alcuni altopiani dell’entroterra, ma è fallita. Per due giorni hanno risalito il corso del Mekong, fino a che non sono arrivati qui. C’erano molti feriti. Molti morti. Le voci che corrono dicono che si continua a trattare la fine della guerra, e i morti, quando si tratta per la fine, sono ancora più assurdi. La nostra compagnia ha perso altri quattro uomini, e oggi, alla messa, mentre il cappellano pregava per le loro anime, io pregavo di tornare a casa. Da te. Da mamma e papà. Dalla nostra fattoria e dal nostro circolo. E dal bambino che avremo, vero, tesoro?
Al




11 Settembre 1973

Cara Lilian,
ormai sono 24 ore che diluvia, e non credo che smetterà tanto presto. Questa mattina eravamo in ricognizione, immersi fino al torace in un torrente paludoso e tormentati dall’acquazzone. Non mi sono mai sentito tanto bagnato in vita mia. Mi sentivo l’acqua fin dentro le ossa, l’equipaggiamento era zuppo e appesantito e stentavamo a procedere. C’era nell’aria quel maledettissimo odore di fango e foglie marce che mi stava nauseando, e temevamo le zanzare e i vietcong e… mi dispiace, Lilian. Forse non dovrei dirti queste cose, ma so che le comprenderai e che pregherai per me. Per il resto, non preoccuparti, sto bene. Trascorro il mio tempo libero con Frank e gli altri del reparto, ma soprattutto con Frank. Non che abbiamo molto tempo libero. C’è sempre qualcosa da fare qui e non possiamo permetterci di battere la fiacca. Quando ritorno ci prendiamo una lunga vacanza. Solo noi due.
Al




25 Settembre 1973

Tesoro,
ho una bella notizia da darti, Frank ed io siamo stati promossi sergenti! Due capi squadriglia sono morti, ieri, sotto il fuoco nemico, e hanno dovuto trovare due rimpiazzi. Non so se sarò in grado di prendermi tutte queste responsabilità. Guidare un corpo di uomini durante le ricognizioni. Essere a capo di una squadra. Non è facile, Lilian, ma Frank ed io siamo in questo inferno da più di un anno ormai, e se siamo sopravvissuti fin qui, vorrà dire che possiamo farcela, ti pare? Ho già conosciuto i miei uomini. Sono così giovani, Lilian. Uno di loro è partito da casa ancora diciassettenne, ha compiuto diciotto anni due settimane fa, appena un giorno prima di mettere piede in Vietnam. Si chiama Brian. Spero di insegnare loro come si sopravvive in questo inferno, e spero che nessuno muoia sotto il mio comando. Frank dice che accadrà e che farei meglio ad abituarmi all’idea. Non voglio pensarci ora. Quello che mi dispiace di più di tutta questa storia è che non andrò più in ricognizione con Frank, non così spesso almeno. Non importa, per lo meno ora abbiamo un po’ più tempo per noi, per parlare e per ricordare i vecchi tempi.
Mi manchi, Lilian.
Ti amo,
Al




8 Ottobre 1973

Cara Lilian,
Sono appena ritornato da una ricognizione notturna con i miei uomini. Abbiamo sentito degli spari in lontananza, e via radio c’è stato comunicato di raggiungere la posizione della compagnia B. E’ quella di Frank. Erano stati attaccati, ma il Signore Iddio li ha assistiti e si sono salvati, accompagnati dalla notte e dalla fitta boscaglia. Solo due feriti che in mattinata saranno trasportati all’ospedale di Da Nang. Quando ho visto Frank emergere dalla boscaglia mi è venuta voglia di abbracciarlo, ma questo non si addice ad un sergente dell’esercito degli Stati Uniti! Gli ho chiesto se era spaventato, lui mi ha detto di no, ma mi ha detto anche di aver visto strane luci in cielo, come globi che si muovevano ad onda. Secondo me la paura gli ha giocato brutti scherzi, se l’è vista davvero brutta. Ora corro a dormire qualche ora. Spero di sognarti, amore mio.
Saluta la mamma e il babbo.
Ti amo,
Al





20 Ottobre 1973

Lilian,
per la prima volta, Frank ed io stavamo litigando questa mattina. Sempre per la storia delle luci in cielo. Lui sostiene di averle viste davvero, ma io credo che sia stata la paura. O forse qualche trucco dei vietcong. Il litigio è rientrato immediatamente quando il nostro nuovo comandante, il tenente Orczy, ci ha detto di preparare le nostre squadre per una missione di recupero. La 230° aerotrasportata si è lanciata nel posto sbagliato al momento sbagliato e si erano perse le sue tracce. Su 110 uomini, ne abbiamo recuperati 35 sani e salvi, 20 erano feriti, 20 morti, e tutti gli altri dispersi. Abbiamo continuato a cercarli dalle rive del Mekong fino a 20 km verso l’interno, poi Orczy ha sospeso le ricerche. Le continueremo domani.
Ricordati che ti amo e ti amerò sempre, Lilian.
Tuo Al




5 Novembre 1973

Cara Lilian,
ieri sono stato ferito in uno scontro a fuoco con i vietcong, mentre ero in ricognizioni con i miei uomini. Uno di loro non ce l’ha fatto, e un altro ha perso un occhio. Io me la sono cavata, e sto bene. Non preoccuparti. Solo una ferita di rimbalzo nel polpaccio, fra due giorni sarò di nuovo pienamente operativo. La cosa ha provocato le risa dei sergenti del mio battaglione. Frank si è messo a borbottare che sono un coglione, perché solo un coglione si fa colpire da un proiettile di rimbalzo. Gli ho dato ragione e ho iniziato a ridere insieme a lui. L’unico modo, Lilian, per stemperare tutta la rabbia e la frustrazione che c’è nell’aria. Frank ha perso altri due uomini e Iddio sa che lui non ha responsabilità. Manovre da manuale e forse di più, ha evitato per ben due volte che le ricognizioni si trasformassero in vere e proprie stragi. Orczy lo ha candidato per una medaglia, ma Frank vuole solo tornare a casa.
Dio, quanto lo vorrei anche io!
Tuo,
Al




19 Novembre 1973

Lilian,
per la prima volta, dopo tanto tempo, è stata una giornata tranquilla. Mi sono alzato con il buon umore, perché stanotte ho sognato il nostro matrimonio. La chiesa, gli invitati, i nostri genitori, e il momento in cui abbiamo fatto l’amore. E’ stato bello rivivere ogni cosa. E per tutta la giornata non si sono sentiti spari, niente b-52 sulle nostre teste, niente morti o feriti all’ospedale da campo. Abbiamo continuato l’addestramento dei nuovi venuti, abbiamo bevuto una buonissima bottiglia di Bourbon, gentile omaggio del maggiore Erwin in visita ieri, e abbiamo scherzato. Sembrava quasi di essere ritornati alla scuola di addestramento. Era dura, ma non c’era ancora la guerra. Spero che sia un segnale che la guerra sta per finire, che ci rimanderanno a casa dalle nostre famiglie. Spero che l’inferno finisca presto…
Tuo per sempre,
Al




28 Novembre 1973

Amore mio,
ieri è stato forse il giorno più triste della mia vita. La squadra di Frank partita in ricognizione nel tardo pomeriggio, non è più tornata. Orczy ha organizzato un paio di squadre e nel buio della notte abbiamo setacciato un’area non so neanche io quanto vasta. Ma abbiamo camminato tanto, talmente tanto che uno dei miei uomini, al nostro ritorno, è dovuto ricorrere alle cure dell’ospedale da campo per una brutta piaga sulla pianta del piede. Ma non li abbiamo trovati, Lilian. Non li abbiamo trovati. Siamo ritornati questa mattina, il sole era abbastanza alto ad est, ma abbiamo atteso che la terza squadra inviata da Orczy facesse ritorno al campo base per poter andare a riposare. Hanno avuto più fortuna di noi, ne hanno trovato uno solo, il soldato Mark Barton. Era ridotto abbastanza male, ma il tenente Orczy ha voluto interrogarlo lo stesso. Ha parlato di strani rumori. Frank ha detto alla sua squadra di disperdersi e restare coperti. Poi hanno visto una gran luce. Sono triste, Lilian, ho perduto un compagno, un amico e un fratello. Fra un paio d’ore partirò per una nuova spedizione, ripasseremo la zona palmo palmo, nella speranza almeno di ritrovare i loro corpi. Cosa dirò a Tania? Cosa dirò al piccolo Bates? Pregate, Lilian, pregate per tutti noi. Dì a padre Andrew di organizzare una veglia della comunità, sicché la guerra possa finire presto. Ti amo, amore mio, e dì a mio padre e mia madre che amo anche loro.
Tuo,
Al




1 Dicembre 1973

Lilian,
non voglio che ti preoccupi per quello che ti dirò, perché sto bene. Sono all’ospedale di Da Nang. Tre giorni fa la mia pattuglia è stata colta di sorpresa in una strada sterrata a nord del Mekong. Camminavamo a ranghi stretti, quando abbiamo sentito colpi di mitragliatrici pesanti arrivare da tutte le parti. Ho detto ai miei uomini di rimanere giù, ma due di loro, arrivati da poco e senza esperienza, si sono fatti cogliere da panico e sono rimasti in piedi. Sono dovuto andare da loro. Uno non ce l’ha fatta, un proiettile gli è esploso in testa, ma l’altro sono riuscito a salvarlo. Nella tempesta di fuoco, sono stato colpito ad un rene e sono stramazzato a terra. Non ricordo esattamente cosa è successo. Ho saputo che il mio secondo, il caporale Dawson, ha preso il comando. Ha comandato la ritirata e mi ha portato in spalla fino al campo base. Mi sono risvegliato all’ospedale di Da Nang ieri mattina. I medici dicono che me la caverò. Non ho perso il rene, grazie a Dio. Sarò debole per un po’ e dovrò fare riabilitazione, ma per me la guerra è finita. Hai sentito bene, mi rispediscono a casa! Sarò all’ospedale militare di San Diego fra una settimana, o dieci giorni. Poi vi darò conferma. Sono contenta Lilian. Non mi importa se ferito, ritorno a casa. Dillo a mamma e papà, a tutti i nostri amici. Voglio vedervi a San Diego tutti. Voglio rivedere le vostre facce. Mi mancate da morire.
Ti amo,
Al
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:40 pm    Oggetto:  
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PARTE TERZA: PRINCIPIO



Casa di Dana Scully
Ore 07:45, pm
Venerdì

Tornare a casa di venerdì senza un biglietto aereo nella borsa è un’utopia. Forse l’unico concetto che non sono in grado di spiegare attraverso le spesse lenti della scienza. Biglietto, per inciso, acquistato dal mio partner. Chiaro.
Biglietto per un entusiasmante week-end da agenti dell’FBI senza una vita. Chiaro anche questo.
Posso dirmi fortunata.
Mi aspettano una valanga di bollette da pagare, vestiti da ritirare, bucati da fare, libri da leggere, e film da vedere. E un mucchio di altre cose stipate nel cassetto del ‘poi’ e che sono in attesa d’essere tirate fuori.
Chi dice che a stare a casa ci si annoia? E’ un concetto sopravvalutato.
Lo penso, mentre poso sul bancone della cucina due sacchi della spesa.
Odio i centri commerciali, è ovvio. Chiunque odia torme di esseri umani ammassati in pochi metri quadrati, cassiere nevrotiche e bancomat che non funzionano.
Ma oggi mi allettava l’idea di uscire prima dall’ufficio e abbandonare a se stesse le carte della contabilità.
Chiusura dell’anno fiscale = apoteosi della noia e delle scartoffie, ore e ore seduti a compilare moduli, a parlare con noiosissimi addetti spese, addetti alla contabilità e segretarie dell’amministrazione.
Ad ogni modo… ora sono qui e ho un week-end libero davanti a me.
E… posso iniziare con un buon bagno, per esempio.
Da quanto non faccio un bagno? Mi sembrano secoli. Chissà perché, ogni volta che torno a casa con la chiara intenzione di farlo, mi ritrovo il mio partner alla porta o al telefono che mi comunica, esaltato, che c’è un aereo a Dulles che ci aspetta per andare a caccia di Succubi in uno sperduto paesino del Maine.
Non è per il mio lavoro. Davvero. E neanche per il mio partner. Mi piacciono entrambi. E’ solo che a volte vorrei non dover ripiegare su una doccia sbrigativa e fare la valigia in fretta in furia.
Ecco.
E quindi… si, un’immersione bollente nella mia vasca mi sembra un buon inizio.
Anzi, ottimo.
Abbandono i sacchi della spesa sul ripiano della cucina e mi avvio in bagno.
In poco tempo il lieve gorgoglio dell’acqua riempie la stanza, assieme al profumo di pesca e gelsomino del bagnoschiuma. La vasca da bagno si sta riempiendo di schiuma e ho tutta l’intenzione di rimanere a mollo per le prossime ore.
Inizio a togliermi la giacca del vestito e le scarpe, mentre mi avvio verso la camera da letto. Per un attimo ho avuto la tentazione di lasciarli semplicemente sul pavimento, ma ehy! È un vestito da 300 dollari e le scarpe sono deliziose decolté di Prada comprate giusto un mese fa. Non mi sembra opportuno abbandonarle al loro destino.
Apro le ante dell’armadio e afferro la gruccia solitaria accanto al mio completo bordeaux. E poi lo sento.
Cosa dicevo delle telefonate del venerdì sera?
Corro in bagno, chiudo l’acqua della vasca e mi affretto al telefono. Giusto in tempo perché la segreteria non scatti.
"Scully, dimmi perché è una buona idea!" La voce piagnucolosa di Mulder mi strappa un sorriso.

"Perché non vi vedete da… da quanto?" Cerco di assumere un tono severo, ma la verità… la verità è che ho sempre davanti la faccia con cui Mulder è arrivato al lavoro. Ieri. Quella di un bambino imbronciato.

"Oh, Scully, la chiamo… beh… ogni due settimane?"

"E’ tua madre Mulder, dovresti vederla ogni due settimane, non sentirla ogni due settimane." Il fatto è che mercoledì sera la signora Mulder ha chiamato suo figlio e gli ha espresso il desiderio di trascorrere il week-end con lui.

"Perché tu vedi tua madre ogni due settimane?" L’altro fatto è che Mulder mi ha supplicato di inventargli una scusa per non andare. Ed io gli ho risposto che non se ne parlava proprio. Con il sorriso ovviamente.

"Veramente andiamo a Messa insieme quasi tutte le domeniche." Gli rispondo di sfida.

"Uhmmm…" Questa mattina si è messo a spulciare l’archivio alla ricerca di qualche caso irrisolto da riesumare.

"Coraggio, Mulder, sono solo un paio di giorni, che sarà mai?"

"Non so che fare lì." Capisco che non sia facile per lui. E neanche per sua madre. E che probabilmente finiranno con il parlare di Samantha e dei vecchi tempi.

"Lo Skin Channel prende anche in Nord Carolina."

Lo sento ridacchiare e mi concedo di farlo anche io. E’ bello sentirlo ridere. E’ quasi come sentir ridere un bambino per la prima volta. Di quella risata sincera che ti mette di buon umore.
Mulder dovrebbe ridere di più.
"Ok, hai vinto." Sbuffa alla fine. Sento il clic di una porta che si chiude e un’eco di passi su un pianerottolo deserto.

"Sei ancora a casa?"

"Sono appena uscito."

"Per questa volta ti credo."

"Oh, Scully, sono quasi un vecchietto, non dovresti preoccuparti per me in questo modo." Borbotta aggrinzendo la sua voce con le rughe dell’età.

"Non lo faccio veramente."

"Però promettimi che se avessi bisogno di aiuto verrai in mio soccorso." Posso sentire l’attesa e la speranza nella sua voce.

"Vedremo." L’ascensore deve essere arrivato.

"Dato che non sono in città, vedi di approfittarne, Scully."

"Era esattamente quello che pensavo."

E la comunicazione si chiude.
I saluti finali sono sopravvalutati. Finisci con il ripetere ‘ciao’ e ‘ci vediamo’ un’infinità di volte. Lo stesso fanno dall’altra parte della cornetta, e alla fine non sai mai se puoi chiudere la comunicazione e pensi che, se lo fai per primo, potrebbe essere presa come una scortesia.
Oh, beh, insomma…
Che stavo facendo prima che Mulder chiamasse?
Ah, già, il bagno.
***

Sei mesi prima
Ore 06:45, am
"Tenente Rice?" La voce dell’ispettore era spessa e sonnolenta.

Sembrava che la nebbia del primo mattino fosse penetrata fin dentro quell’appartamento. Tutto si muoveva al rallentatore.

"Si, sono io." L’impermeabile blu copriva la sua divisa.

Bentham vide l’uomo avvicinarsi con passo cadenzato. Aveva le spalle molto larghe, notò, e un sottile accento dell’est.

"Tenente Rice, mi dispiace disturbarla a quest’ora del mattino, ma è necessario che lei identifichi un corpo."

L’uomo mostrava maturata comprensione nel suo tono, per indulgere certezza lì dove non ve n’era alcuna. Ma Ben sapeva che erano brutte notizie. Lo aveva capito fin da quando era arrivata quella telefonata, mezz’ora prima.
Bentham annuì e prese un profondo respiro. Non sapeva come, ma la morte circolava in quell’aria stantia.
L’ispettore si scansò di lato e per la prima volta vide un lenzuolo bianco che avvolgeva un corpo. Il suo probabilmente.
Fece qualche passo in avanti, ma si scoprì incapace di accettare l’innegabile evidenza.
Non poteva essere. Era impossibile.
Un caporale dai capelli cortissimi e le mani guatate si accovacciò e sollevò il lenzuolo. Non perché Ben potesse vederlo tutto, ma perché potesse riconoscerne solo il viso.
E lo riconobbe.
E annuì, e si voltò verso l’ispettore.
"Si, è lui." Mormorò.

"Mi dispiace, tenente. So che eravate molto amici."

"Si, lo siamo." Rispose. Aveva voglia di lasciar cadere le sue lacrime e, per una volta, al diavolo la divisa e le apparenze.

"Bene." L’ispettore fece un segno al soldato perché il lenzuolo fosse nuovamente abbassato. L’ultima verità stava per essere coperta. "Avrò bisogno di una sua deposizione. Il più presto possibile." Aggiunse.

"Questa mattina ho un volo di addestramento. Questo pomeriggio la raggiungerò al comando e potrà farmi tutte le domande che vuole."

"Perfetto. Arrivederci, tenente Rice." L’uomo porse la sua mano larga e strinse con vigore.

"Arrivederci, ispettore." Ben diede un’ultima occhiata alla stanza ed uscì, lasciando che l’aria fresca e pungente del mattino ricacciasse indietro le lacrime.



***

Casa di Teena Mulder
Ore 07:45, pm
Lunedì

La realtà riemerge lentamente.
Vedo immagini sfocate di cui non comprendo i contorni. Anche se, a dire la verità, sono tante le cose che non comprendo. Non so neppure se questa è la realtà. La mia. Di chi sia. O se sia solo un’immagine onirica che si confonde in quel labirinto di visioni che chiamano vite.
Devo essermi addormentato.
Il soggiorno di mia madre è ammantato di oscurità. La notte deve essere scesa molto presto, assieme alle nuvole che portano neve. La tormenta sbatte sui vetri delle finestre tutta la sua frustrazione.
Ma c’è un sibilo che mi ronza nelle orecchie.
Il cellulare.
E’ il mio cellulare che squilla da non so dire quanto. Allungo la mano dal divano e lascio ch’essa vaghi incerta, fino a toccare una superficie familiare alle dita.
"Mulder?" Si, già.

Scully.

"Ciao." Ho la voce roca e compressa.

"Tutto ok?" So che mi vuole bene, ma l’ultima cosa che voglio in questo momento è che si preoccupi per me.

"Mi sono appena svegliato." Una mezza scusa e una mezza verità. Siamo in bilico sulla fune del giudizio.

"Bene." Sembra perplessa.

"Hai fatto buon viaggio?"

"Si. Appena in tempo. Ho sentito alla radio che in Nord Carolina è arrivata la tormenta."

"Già." Mi sfrego gli occhi stanchi e tento di alzarmi. Il lieve mugolio dalla mia gola esce involontario.

"Mulder? Stai bene?"

"Si." Sbotto irritato e sbuffo sonoramente. "Si." Ripeto più calmo. "Il divano di mia madre è meno comodo del mio."

"Potresti provare il letto ogni tanto."

Alleggerire le conversazioni è compito mio, Scully. E’ un lavoro difficile, soprattutto quando la tua voce trema e cerchi di controllarla con lo scherzo.

"Forse." Mormoro.

Mi avvicino lentamente alla finestra, e scosto le tende, sbirciando nel buio della strada. Il vialetto è coperto di neve. La luce del faretto lo illumina appena. E’ un guardare fugace privo di senso.
Non so che accidenti fare.
"Allora…"

Siamo arrivati ai tempi morti. Senza nulla da dirci.

"Ci vediamo." Bisbiglio, chiudendo la conversazione.

Posso capire che voglia starmi vicino, ma l’attenzione è semplicemente tutto ciò che mi impedisce di respirare.
Lascio cadere il telefonino sulla poltrona del divano e mi guardo attorno, scrutando attraverso il buio le sagome di una casa che non conosco.
Non so come muovermi.
Non conosco le strade di questa oscurità. Non so se vi siano sentieri sicuri. Se ci sono ostacoli da qualche parte.
Così rimango fermo.
E sento una lacrima staccarsi dai miei occhi e solcarmi il viso.
***

Cimitero di Reilegh,
Nord Carolina
Ore 03:45, pm
Lunedì

La neve ha un fascino ambiguo. E’ freddo e caldo nel medesimo istante. E’ bene e male. Partorisce quelle sensazioni di tenerezza mischiate ai ricordi dell’infanzia e alla voglia di ritornare bambini. Ma quando la tocchi non puoi fare a meno di ritrarre la mano, perché non diventi un pezzo di ghiaccio da buttar via.
Non ho mai visto un cimitero ammantato di neve.
E’ quasi perverso. Perché pensi alla quiete di un recinto di tombe e rimpianti e alla quiete della neve che cade placida dal cielo. E’ quiete. Ed è perverso vederle insieme. Quasi spose di un medesimo destino.
Il cimitero di Reilegh non è diverso dagli altri cimiteri. Ha alberi e spicchi di pietre che spuntano dal terreno.
Ma negli altri cimiteri non vedi il tuo migliore amico fissare un mucchio di terra smossa. Una bianca distesa macchiata da un embolo marrone. Non vedi i suoi occhi vitrei. Non vedi il suo volto pallido confondersi con i fiocchi che gli cadono sul viso. Non vedi le sue labbra serrate e smunte, incapaci di parlare.
La funzione è finita da poco.
Skinner è andato via, gettandomi un’occhiata perché mi prendessi cura del mio partner. Ma non è stato un funerale molto affollato. Una zia e due cugini lontani. Un paio di vecchi amici di famiglia e due vicini di casa.
Un’aura di solitudine anche nel saluto estremo.
"Mi sono preoccupato… quando ho visto le luci accese in casa e che lei… non veniva ad aprirmi. Ho usato le mie chiavi." Penso lo stia dicendo a se stesso.

La signora Mulder è morta per cause naturali. Un banale infarto l’ha stroncata perché fosse trovata da suo figlio, riversa sul pavimento della cucina in cui preparava la cena.
La vita a volte è strana.
"Mulder…"

Una folata gelida di vento mi sferza il viso. La punta del naso mi si è arrossata e ho tutta l’impressione che stia congelando.

"E’ ok. Davvero."

Si passa una mano sugli occhi e tra i capelli, mischiando fra essi la neve che vi è caduta.

"Perché... ti riporto a casa di tua madre?"

Per un attimo temo che non abbia capito. Continua a fissare la lapide con occhi sbarrati.

"No." La sua voce mi arriva in un sussurro. Penso di aver mal compreso, ma poi lui si volta e lo ripete. "No."

Per la prima volta posso veramente vedere i suoi occhi, e quello che li abita, ora, è talmente intenso che mi verrebbe di chiudere le palpebre e scostare lo sguardo, pur di non guardare ancora.
Può un uomo morire di dolore?
"Penso che… che resterò qui ancora qualche minuto. E poi devo parlare con il custode per i fiori e altre cose. Vai, non preoccuparti."

"Vuoi che ti aspetti a casa di tua madre?"

"Torna a Washington, Scully."

Le sue parole mi colpiscono in pieno stomaco. Per quello che leggo in esse, e per quello che esse sottendono.
Non mi vuole tra i piedi. Ho capito il messaggio.
Annuisco brevemente, lasciando che una folata di vent0 mi superi e continui a viaggiare per la sua strada.
"Va bene. Ti chiamo appena arrivo."

Riesco malapena a percepire il suo lento accenno con il capo. Non so se mi ha realmente sentito. Rimango a fissarlo per qualche istante. Poi mi alzo il bavero del cappotto e mi allontano da lui, inalberandomi lungo i rami che conducono all’uscita.
E quando arrivo alla mia automobile e mi volto ancora verso il sentiero, mi accorgo che le mie orme sono scomparse.
Sotto altra neve.
***

Casa di Teena Mulder
Ore 06:45, pm
Martedì

Alla fine non puoi fare altro che guardare i cocci perché sono l’unica cosa che vedi. Dispersi per terra come un puzzle impazzito.
Non capisci quando la rabbia ti guida. E’ l’imponderabile che si impossessa della tua bramosia, e ne manovra i fili come un mero burattino sulla scena. E il tuo palco diventa la tua visione di spettatore incosciente.
Ti limiti a fare, senza vedere.
Perché non riesci a vedere se non i cocci che si rompono sotto le tue mani e cadono per terra.
Non pensavo che mia madre amasse le porcellane.
Non pensavo tante cose di mia madre. Non sapevo di lei come non so di me stesso. E quando non sai qualcosa, la tua mente fa due cose. Cerca o smette di cercare.
Quando cerchi per tutta la vita, smettere diventa la più logica delle scelte. E quando smetti distruggi.
Cammino lungo il pavimento buio del soggiorno.
Un attimo fa una flebile lampada aureava intorno a sè, sbiadendosi da lontano.
Ho messo fine alla sua esistenza. In mezzo agli altri cocci sul pavimento. Sento il loro scricchiolio, mentre le mie gambe si ostinano a camminarci sopra.
E’ come camminare su scheletri morti di vite abbandonate da tempo. Provi sgomento e ti guardi attorno meravigliato, e forse spaventato. Ma continui ad andare avanti.
Mi accascio sul divano e lascio che la linea del mio collo d’adagi scomoda sul profilo della spalliera. Il soffitto è carico di spettri che ondeggiano col vento della neve.
Chiudo gli occhi per non guardare ancora, e li riapro per fissare l’accumulo di ricordi e sentimenti sepolti che ho sparso sul tavolino da caffè.
L’ultimo tentativo, quando ancora speravo potesse esserci ragione, per carpire i segreti di mia madre. O per capire lei.
Ma non ho trovato nulla.
Vecchie carte di cui ero già a conoscenza. Fotografie che si perdono negli scorsi decenni.
E una strana scatola che avevo accantonato.
Mi allungo per afferrarla, sentendo i muscoli indolenziti della spalla tirare per avere tregua.
Le dita si macchiano di polvere e tempo, ma l’ignoro, limitandomi a portamerla in grembo e ad aprirla senza mezzi termini.
Carte ingiallite.
Francobolli.
Lettere.
***

Sei mesi prima
Ore 10:05, am

Il rombo dell’aereo di addestramento non distrasse il suo sguardo dal guardare il cielo.
Era cristallino, come se l’immane tragedia non l’avesse sfiorato, e nemmeno scalfito.
Quasi uno schiaffo al suo umore sconfitto.
Ben non riusciva a distogliere gli occhi da quell’immagine di morte che aveva salutato il suo risveglio.
Un mattino come tanti. Il freddo pungente dell’aria colorata dal sole. E una telefonata annunciata a cui ancora non poteva credere.
"Tenente Rice?"

Ben abbassò gli occhi verso un sottotenente fresco d’accademia. La tuta d’addestramento gli fasciava un corpo ben tornito, ma il volto spavaldo doveva crescere ancora.

"Signore, gli aerei sono pronti, se lei è d’accordo."

"Certo, arrivo immediatamente."

"Bene, signore."

Il ragazzo si congedò, allontanandosi verso un aereo che ombrava la pista di atterraggio.
Bentham si rigirò il casco tra le mani, leggendo di sfuggita il nome di battaglia inciso sopra, a caratteri rossi e lucidi.
Scheggia.
Ebbe il lusso di sorridere appena, e si mosse con passo inquieto.


***

Casa di Dana Scully
Ore 11:45, pm
Venerdì

Con il mio lavoro dovrei aspettarmi le telefonate improvvise.
Mulder arriva a chiamare anche a notte fonda per avvertirmi che ‘Scully, c’è una maratona Star Trek sul canale 8’ o ‘Scully, non riesco a dormire e ripensavo al caso Jefferson.’
O solo ‘Scully, ti va di parlare con il tuo compagno di banco.’
Sono cose che a volte ti irritano. Ma con cui inizi a convivere. Poi le accetti. Ed incominciano a far parte di te.
Quando ho sentito il telefono squillare, pensavo che fosse lui. Che mi volesse raccontare del suo incontro con sua madre.
E si, era lui. E si, voleva raccontarmi del suo incontro con sua madre.
Ma no. Non era la telefonata che mi aspettavo.
"Dove… dove sei, Mulder?" La mia gola è arida, e il sapore del dentifricio mi devasta la bocca.

"E’ morta." E’ una litania monocorde che stilla distruzione goccia dopo goccia.

"Sei a casa sua?" Il cuore mi percuote lo stomaco con le sue violente vibrazioni.

Credo di essere sul punto di vomitare.
Inspiro profondamente.
Calma, Dana.
"Si." Mi risponde dopo un secolo di attese e sospiri.

"Va bene…" Pensa in fretta, mi dico. "Ok, siediti e non fare niente. Sto arrivando." All’altro capo del filo ascolto ogni singola particella di ossigeno risalire i suoi polmoni per cercare aria. "Mulder?"

"Ti aspetto."

Riattacchiamo contemporaneamente, e corro in camera da letto a vestirmi.
Non era il week-end che avevo immaginato.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:41 pm    Oggetto:  
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PARTE QUARTA: PARTENZE



Ufficio degli X-Files
Ore 03,00 pm
Mercoledì

Me lo vedo dietro la scrivania, entrando nell’ufficio, distogliendo gli occhi da un vecchio file che ho trovato questa mattina. Giaceva semisepolto sulla superficie ingombra dell’archivio. E l’ho afferrato. Non perché avesse particolare importanza. Ma perché era lì.
Senza Mulder, ho sbrigato vecchie pratiche lasciate in sospeso.
Pur di non far nulla.
"Cosa fai qui?"

Alza lo sguardo foderato di occhiali, sorpreso di vedermi sulla soglia della porta.

"Scusa, non ti ho sentita entrare." Mormora.

In realtà posso vedere la sua testa che tenta di recuperare i cocci.
I suoi occhi sono altrove.
"Non pensavo tornassi oggi." Cerco di stemperare la tensione con un tono leggero e tranquillo. In verità, ho paura di non fare la mossa giusta.

Siamo sul limite del precipizio e non possiamo permetterci di sbagliare ancora.

"Sono arrivato qualche minuto fa." Mi fissa per un attimo. Solo un attimo, prima di ritornare alla sua lettura.

Annuisco brevemente e mi sposto accanto all’archivio, aprendo lo schedario dalla L alla N. M come il file che ho in mano e che confondo assieme agli altri.

"Ho completato qualche rapporto e sono andata da Skinner per consegnarglieli."

Routine.
Lavoro.
"E tu… è arrivato qualcosa?" Sposto la mia attenzione sui documenti posati sulla scrivania. "Cosa leggi?"

"Ho trovato delle cose… a casa di mia madre."

E il silenzio cala come una coperta fredda nel mezzo di un ghiacciaio.
All’improvviso, il gelo di Washington DC mi penetra fin dentro le ossa.
"Alcune lettere." Aggiunge e si alza.

Per un attimo penso che voglia parlare. Che voglia parlarne. Dischiude le labbra.
Ma è chiaro che non è così.
Si appoggia sul bordo della scrivania e lascia che il suo sguardo vaghi verso l’insolita tappezzeria che divora le pareti dell’ufficio. E un poster su cui sofferma i suoi occhi.
IO VOGLIO CREDERE.
Mi domando ancora a cosa.
"Ho pensato molto. A quello… che è stata la mia vita." Bisbiglia, con una voce talmente roca che devo fare uno sforzo e costringermi a fissarlo per accertarmi che non stia realmente piangendo. "Foto. Ritagli di giornali. Ipotesi e convinzioni." Il suo capo si abbassa lentamente, come se qualcuno gli avesse posato un peso sul collo. O forse il peso c’era già, ma allora era in grado di sostenerlo.

E all’improvviso la punta delle sue scarpe di cuoio marrone diventano l’immagine più interessante su cui potersi soffermare.

"E’ l’unica cosa che posso fare, Scully." Alza lo sguardo verso di me e, che qualcuno mi aiuti, perché sono del tutto incapace di parlare.

Quegli occhi che ti guardano chiedendo perdono per una colpa mai commessa. Rossi e lucidi come se avessero pianto. Assonnati come si fosse impedito loro di addormentarsi.
Come se vedessi Mulder per la prima volta.
"Le ho trovate in una scatola." Il contatto si interrompe e il suo corpo si sposta di nuovo. Stanco, si volta verso la scrivania, recuperando un blocco dalla carta ingiallita. "Sono lettere." Aggiunge.

"Lettere?" Lascio che l’interesse mi investa e mi distragga. Perché possa camminare su un percorso sicuro. Per entrambi.

"Dal Vietnam."

***

Tana dei Lone Gunmen
Ore 07,00 am
Mercoledì
"Mulder, qual buon vento?" Il volto bizzarro di Frohike mi strappa un sorriso tirato. Immaginavo dormisse in pigiama, ma non potevo sospettare che ne avesse uno con i folletti verdi stampati sopra.

"Non pensavamo che fossi a Washington." Langly spunta all’improvviso da una pila seminascosta di loro strani ed improbabili macchinari. Manovra una sedia girevole malandata e s’industria con il filo di una cuffia che gli pende dal collo.

"Sono appena tornato." Mormoro mentre mi avvicino alla solita postazione. I computer sono già accesi, e la luce dei monitor quasi disturba i miei occhi.

Non mi limito nemmeno a contare le ore di sonno che ho perso.

"E come mai giungi da noi e non dalla tua bella rossa?" Frohike trotterella fino ad un tavolo dietro un separé e recupera una ciotola colma di cereali e caffè. "Vuoi?" Mi porge prima che possa rispondere.

"Mi servono informazioni." Rispondo risoluto, rifiutando entrambe le domande come se non fossero mai state pronunciate. O come se mi fossi ostinato a non sentirle.

"Che informazioni?" La voce di Byers è impastata di dentifricio. Esce dal bagno con un classico pigiama borghese a righe. Barba e capelli già a posto.

A volte mi chiedo come sia la convivenza tra individui tanto diversi.

"Ho trovato alcune cose e ho bisogno di controlli."

"Niente FBI, Agente?" Mi canzona Lanlgy.

"Non ho tempo da perdere."

"Spara, fratello."

***

Ufficio degli X-Files
Ore 03:30, pm
Mercoledì
"Di tuo padre?"

"No. Un certo Albert Rice, Scully. Sergente Albert Rice."

Mi porge le lettere, e lascio che i miei occhi scorrano su una scrittura minuta e confusa che si stende breve su fogli maltrattati.

"Le hai lette?" Sposto lo sguardo verso di lui. La sua attenzione verso un pacco di fogli stampati di recente.

Annuisce. "Si. Parlano di guerra e morte."

"Come tutte le lettere dal fronte." Sussurro, tornando ad esse.

Ero a casa dall’accademia, quando papà andò nel golfo, nella prima sfuriata di Saddam. E sentivo come ogni centimetro del corpo di mia madre fremesse di attese e speranze. E di timore che un giovane tenente potesse bussare a quella porta con una bandiera a stelle e strisce e una miriade di scuse e rimpianti.
Le lettere diventavano una festa.
"Perché le aveva tua madre? Questo… sergente Rice era un amico di famiglia?" Poso le lettere sulla scrivania, e osservo i movimenti lenti e controllati di Mulder.

Non deve essere facile reprimere tanta rabbia e tanto dolore. Per chiunque. Tanto meno per lui.

"E’ quello che vorrei capire, Scully." Smette di frugare quando sembra trovare quello che sta cercando. "Mi sono insospettito quando ho notato che tutte le lettere sono del 1973."

"L’anno in cui è sparita tua sorella." Commento.

Lui annuisce. "E guarda la penultima lettera. Vedi in che data è stata scritta."

Sosto qualche secondo, osservando le sue mani. Si muovono inquiete, e, anche ferme, sembrano tremare di una propria volontà.
Mi verrebbe di prenderle fra le mie, e indugiare sulle sue dita perché trovino un po’ di quiete. Invece sparpaglio le lettere e recupero in fretta le ultime due.
1 Dicembre 1973
28 Novembre 1973
28 Novembre…
"Il giorno dopo il rapimento di Samantha."

"Esatto." E volge gli occhi verso di me. "Nelle lettere il sergente ha parlato spesso, a sua moglie, di un compagno di reparto. Un certo Frank Ruper. Sergente anche lui. " Si interrompe per un attimo. Forse per riprendere fiato. Ma posso vedere il suo cervello lavorare ad una velocità di cui un uomo normale non è neanche a conoscenza. A volte Mulder mi spaventa. "Nelle lettere dell’8 e del 20 ottobre riferiva di strane luci in cielo."

"Cioè, il sergente Rice avrebbe visto luci nei cieli del Vietnam?"

"Non lui, il suo amico. Il sergente Ruper. A quanto pare erano in ricognizione, una notte."

"Ma… potevano essere tante cose. Era in corso una guerra. Potevano essere razzi, elicotteri, aerei… qualsiasi cosa."

"E’ vero. Però… la notte del 27 novembre 1973 il sergente Frank Ruper è scomparso con la maggior parte della sua squadra di ricognizione. L’unico sopravvissuto, soldato Mark Barton, ha riferito di una forte luce in cielo."

E’ quasi ironico.
Non solo questa storia. Ma lui. Mulder, intendo. Il suo tono di voce. Come se volesse dire ‘vedete, ho ragione! Perché nessuno vuole credermi?’
Ma non è la sua solita ironia. Quella che colorava il nostro rapporto in un’infinita pioggia di doppisensi. E’ un’ironia acida. Amara. Sommessa. Un’ironia senza sorriso.
"E non li hanno più ritrovati?" Poso la lettera sulla scrivania e mi volto definitivamente verso di lui.

"Il sergente Frank Ruper e la sua squadra sono stati dichiarati dispersi. Nessuno ha indagato oltre. Quelli di Barton sono stati bollati come deliri di una mente confusa." Sospira. "Eppure penso che ci sia una connessione."

Chiude gli occhi per qualche secondo, e posso vedere le rughe increspare la sua fronte. I capelli sono scomposti, come se vi avesse passato più volte la mano.
Nervoso.
Forse è così.
"Ma tu sai cosa è accaduto a tua sorella. Quel giorno di novembre del ’73."

Le rivelazioni di qualche mese fa pesano ancora come macigni.
Un gruppo di uomini folli, traditi dalla loro stessa incoscienza. Tali da mandare tra le fauci del nemico la loro stessa famiglia.
Sono colpe e ricordi che non si possono cancellare.
"Ma tante cose ci sono state nascoste, Scully. Non sappiamo che fine abbiano fatto i rapiti." Ha aperto gli occhi, ma fissa prepotente una porzione ombrosa di pavimento. "Non sappiamo se sono ancora vivi." Si allontana di pochi passi dalla scrivania. "Non mi resta che quello, Scully."

Le sue parole mi colpiscono in un modo che mai avrei immaginato potessero fare. Non riesco a dire perché, anche se in cuor mio ne conosco le ragioni. Ma mi rifiuto di ammettere il motivo per cui le sue parole mi fanno tanto male.

"Hai… chiamiamo Danny per un controllo?"

"Ho già provveduto."

Si volta ancora e mi indica il blocco di stampati che avevano catturato la sua attenzione. Si muove ancora e ritorna alla scrivania.
Sembra energia statica impazzita, incapace di restare ferma, ed incapace di muoversi secondo un percorso coerente, se non quello che gli impulsi impongono in quell’istante.
Stargli intorno potrebbe diventare soffocante. O forse già lo è.
"L’ho chiesto ai Gunmen questa mattina."

"Dovremo convocare il sergente Rice per un colloquio."

"Impossibile." Mi risponde frustrano. Non riesco neppure a recuperare le schede che mi ha indicato. Mi chiedo se non le abbia imparate a memoria.

"E’ morto?"

"Due anni fa. Incidente stradale. Deceduto sul colpo. La moglie Lilian che era con lui è spirata due giorni dopo, in ospedale."

"E allora che si fa?" Mi avvicino a lui e impongo al suo sguardo di fermarsi su di me.

"Ho fatto controlli su ogni singolo nome presente in quelle lettere. I soldati scelti Clifton Rowe e Miles Davis sono deceduti all’ospedale di Da Nang due mesi dopo il loro ricovero, nel luglio del 1973. Il soldato semplice Adam Livy è deceduto nel gennaio del 1974. Il suo compagno di reparto, soldato Dixon Phelps, è morto cinque anni fa per un cancro al fegato. Il caporale Halley Dawson è morto prima che gli ultimi Americani lasciassero Saigon" Cantilena il suo monologo atono, senza espressioni. Quasi che il suo viso sia diventato un marmo di pietra scheggiata senza vita. "Il sergente Gage Frost ha lasciato l’esercito, è entrato nelle squadre di sminamento ed è saltato in aria alla sua prima missione. Non ne sono rimasti neanche i pezzi. Il tenente Orczy è diventato colonnello, ma è morto il mese scorso per un attacco di cuore."

Sembra un assurdo necrologio di coincidenze.

"E Mark Barton?"

"Dopo la guerra ha condotto una vita da sbandato, è entrato e uscito dagli ospedali psichiatrici un paio di volte fino a che ha deciso che fosse meglio farla finita, e si è sparato un colpo in testa."

La cosa più assurda di tutte è che nella sua voce è scomparsa qualsiasi briciola di umanità. Ora vive di rabbia. E qualcosa di più subdolo e pericoloso.
Vendetta.
"Non c’è nessun altro?"

Fa un sorriso amaro. Smorzato.

"Qui viene il bello, Scully." Il suo sguardo si sgancia dal mio e inizia a vagare inquieto. Deglutisce un paio di volte, e posso giurare che stia diventando claustrofobico.

Forse dovremmo uscire da qui.

"Dalle lettere emerge che Frank Ruper aveva un figlio, Bates. Aveva meno di un anno quando Frank è scomparso."

"Quindi adesso dovrebbe avere 26… 27 anni."

"Si, aveva 27 anni."

Dio, sembra un gioco macabro. E per di più, sembra che Mulder si sia incaponito a giocarci.

"Aveva?"

"Indovina, Scully?" E’ frustrante avere a che fare con questo Mulder. Ti fa sembrare tutto un enigma, ti fa giocare con le parole e non ti fa arrivare al punto. Come se s’elevasse nell’arte della parola come un essere superiore.

"E’… morto?" Azzardo.

"Sei mesi fa. Il Tenente della Marina degli Stati Uniti Bates Ruper, di stanza alla base di Mirror Lake, è stato trovato morto nella sua abitazione. La polizia militare ha indagato, è stato giudicato un suicidio, e il caso è stato archiviato." Sembra che sia recitando un copione sopra le righe.

Questo non è Mulder.
Mi lancia un ultimo sguardo e riprende a muoversi. Vaga in piccoli passi tra la scrivania e la porta. Sembra dondolare.
"Considerato che tutti i compagni di reparto di Ruper e Rice sono morti, che Albert Rice e sua moglie Lilian sono morti, che la moglie e il figlio di Ruper sono morti, ci resta un’unica strada." E’ un mormorare roco e lontano.

"Quale?"

Mulder si volta verso di me, e nella penombra posso percepire appena i suoi occhi spenti smettere di guardare la vita.

"Albert Rice aveva un figlio. Capitano di Corvetta Bentham Rice."



***

Casa di Dana Scully
Ore 06:45, pm
Mercoledì

Scully cincischia in camera da letto da qualche minuto.
I suoi rumori mi hanno sempre calmato. Mi facevano capire che c’era normalità accanto a me. M’impedivano di librarmi nell’iperspazio della follia e dell’immaginazione, ancorandomi, in qualche modo, ad una vita reale che esisteva.
Ma oggi quei rumori mi irritano. E questa casa mi irrita. E bramo il momento in cui usciremo di nuovo all’aperto e potrò stordirmi con tutto il caos che c’è là fuori.
Bevo un sorso dal bicchiere, e verso l’acqua che è rimasta nel lavandino.
E’ sorprendente come i liquidi si conformino perfettamente ad ogni situazione. Ad ogni forma. Ad ogni direzione.
Dovremmo imparare da loro.
"Mulder?"

Scully ha poggiato la sua borsa da viaggio accanto alla porta e attende che m’avvicini.
Lascio il bicchiere nel lavandino e mi accosto a lei.
Ansioso.
"Andiamo?"

"Mi dispiace." Mi sussurra prima che possa aprire la porta. "So che non volevi che Skinner venisse a sapere tutta la verità, ma non ci avrebbe dato il caso."

Si, già
Ma avrei comunque indagato da solo.
Fanculo l’FBI.
"Non importa." Le dico invece.

Nell’ufficio dell’AD sono riuscito a stento a temperare la voglia di alzarmi e dare un calcio alla sedia.

"Forse non avrei dovuto forzare la mano."

Esatto. Forse non avresti dovuto.

"E’ passato." Sospiro e abbasso la maniglia della porta prima che la conversazione possa proseguire oltre.

Dalla coda dell’occhio posso vedere Scully guardarmi stupita e preoccupata, e devo fissare il mio passo al pavimento per non rischiare di voltarmi e urlarle di lasciarmi in pace.
In fin dei conti, sta rischiando il culo insieme a me.
"Andiamo?" le chiedo senza vederla.

E scorgo il suo lento abbassare e alzare il capo. Rassegnato. E sento la serratura della porta scattare dietro di me, lontano, confuso con i miei passi sul pianerottolo.

***

Aeroporto Internazionale di Dulles,
Washington, DC
Ore 08,00 pm
Mercoledì

Le partenze ritardate di mezz’ora non sono mai state un problema. Fino ad ora almeno.
Di solito, Mulder ne approfitta per aggiornarmi sulla sua ultima teoria sul caso in questione o sull’ultimo disastro dei Knicks.
All’epoca non pensavo che sarei arrivata a questo punto. Ad un punto in cui quelle stupide conversazioni mi sarebbero mancate e in cui debbo cercare di reggere un ruolo che non è mio.
Mulder continua a rigirarsi fra le mani la sua carta d’imbarco, e fissa la folla anonima dell’aeroporto.
"Mi chiedo che tipo sia." Sussurro più a me stessa che a lui.

O forse sto solo cercando di avviare una conversazione.

"Cosa?" Il sussulto del mio partner si confonde nel vocio e nello stridulo metallico dello speaker che annuncia un volo.

"Mi chiedevo che tipo sia il capitano Rice."

Non ho mai amato gli aeroporti. Troppa gente, ammassata tutta insieme, frettolosa e nervosa per qualcosa o qualcuno.

"Ha uno stato di servizio impeccabile, Scully." Ecco l’altra novità. Di solito è lui quello che guida, ed io quella che legge i files. "Eccetto che per un incidente accorso sei mesi fa." Continua. Se ne è stato in silenzio tutto il tempo, nel tragitto da casa mia all’aeroporto, a leggere attentamente i suoi appunti. A me toccherà farlo sull’aereo, o quando metteremo piede al motel.

"Incidente?"

"Durante un volo di addestramento. Il sottotenente che era con il capitano Rice ha riportato la frattura del bacino. Le indagini della procura militare hanno escluso qualsiasi errore da parte sua, ma l’incidente ha impedito che la sua domanda di trasferimento sulla Patrick Henry venisse accolta."

Mulder parla monocorde senza distogliere gli occhi dal monotono avvicendarsi di passanti.

"Forse è stato un bene."

"In che senso?" Per un attimo colgo la sua attenzione, ma subito dopo il suo sguardo ritorna a fissare l’androne dell’aeroporto.

"Se il capitano Rice fosse stato mandato sulla Patrick Henry, a quest’ora sarebbe chissà dove nell’Atlantico."

Mulder annuisce e mormora qualcosa che non riesco a capire. Sto per chiedergli di ripetere, quando lo speaker annuncia il nostro volo.
A quanto pare, Mulder non aspettava altro. Afferra la sua borsa da viaggio e si avvia verso l’imbarco, rallentando appena il passo quando s’accorge che mi attardo nel seguirlo.
Le sue spalle sono contratte sotto il pesante cappotto di lana pettinata.
Mi chiedo quando esploderà tutta quella tensione.
***

Ufficio di Walter Skinner
Ore 05,00 pm
Mercoledì

Skinner si toglie gli occhiali lentamente e li posa con cura sulla scrivania. Il suo sguardo vaga tra il mio volto e quello del mio partner.
A me pone domande.
Da lui vuole risposte.
Ma non abbiamo nulla da offrire.
"Agente Mulder… lei sa che ci vogliono valide motivazioni perché l’autorizzi ad aprire un caso e spendere il budget dell’FBI?"

Mulder non batte ciglio.

"Si, signore." E’ seduto accanto a me, apparentemente rilassato.

"E… quale sarebbe la motivazione per cui la dovrei autorizzare a prendere un volo e ad affittare due stanze in un motel?"

"Un uomo è morto, signore."

"Un tenente della marina. E a meno che la famiglia del tenente non chieda espressamente ulteriori indagini esterne al corpo militare, non è nostra giurisdizione intervenire." Skinner si massaggia l’attaccatura del naso.

"Tutta la sua famiglia è morta, signore."

C’è una nota di amarezza nella sua voce. E rabbia.
Skinner si volta verso di me, ma non posso fare altro che non aprire bocca. Sospira e si alza dalla sedia, dandoci le spalle. La sua figura s’impone in un cono d’ombra sullo sfondo della notte che sta calando sulla città.
"Signore… abbiamo ragione di credere che questa indagine possa fare luce sulla sorte dei rapiti del novembre 1973."

Mulder china il capo ed evita lo sguardo di Skinner. AD che si è voltato e ci guarda con strano cipiglio.
Ora vuole sapere tutta la storia.
"L’agente Mulder ha trovato alcune lettere di un certo sergente Albert Rice, di stanza in un campo base nei pressi del Mekong. Sono state scritte nel ’73, signore, e la penultima di queste lettere è datata 28 novembre 1973. Il giorno prima, un compagno di reparto del sergente Rice, il sergente Frank Ruper, era scomparso e, da quanto è emerso, pensiamo possa essere stato rapito con la sua squadra."

"E il suicidio su cui volete indagare, è del…"

"…figlio del sergente Ruper, signore."

Skinner sospira e sposta lo sguardo verso Mulder. Poi verso di me.

"Muovetevi in via ufficiosa ed evitare di indisporre i militari. Non forzate la mano."

"Si, signore."

Mulder si alza repentino e raggiunge la porta. Sembra un leone in gabbia in attesa che la via di fuga si liberi.

"Agente Scully?" Skinner mi blocca prima che possa uscire anche io.

In piedi entrambi, posso sentire la soggezione della sua possanza e della sua autorità. Della difficile situazione in cui navighiamo tutti.

"Badi a lui, Agente Scully."

A volte, odio questo ruolo.
Vorrei essere una estremità, invece che l’ago che sta nel mezzo.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:43 pm    Oggetto:  
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PARTE QUINTA: INCONTRI



Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 12,00 pm
Mercoledì

Il Montana è esattamente come lo ricordavo. Freddo.
All’aeroporto siamo stati accolti da una tormenta di neve che ha rischiato di rimandare l’atterraggio. La pista era ghiacciata, tirava un vento gelido e avevo la sensazione che il mio viso sarebbe assiderato da un momento all’altro.
Naturalmente, il fatto che Mulder fosse assente e taciturno non ha aiutato affatto. Sembra assurdo che lo dica, ma mi mancano le sue battutine insinuati. Mi manca sentire la sua voce mentre ironizza sul fatto che siamo in Montana.
Mi manca lui.
E’ come se fosse miglia a miglia distante, e, se deve parlare, si limita a farlo a monosillabi o a discutere del caso che stiamo seguendo.
Per lo meno siamo arrivati al motel, i termosifoni funzionano e c’è un pidocchioso letto che mi attende. Le coperte sono di un verde pisello smorto e la stanza è anonima e informe. Ma ho un bisogno impellente di riposarmi e recuperare le energie.
Dall’altra parte del muro, sento i lievi rumori del mio partner.
Ci siamo salutati a mala pena, entrambi alla propria porta, entrambi con la propria borsa da viaggio in mano, ed entrambi esausti.
Di tutto.
Penso a lui, mentre mi tolgo il tailleur e mi infilo il mio pigiama di seta grigia. Penso ai suoi occhi. E penso che, questa volta, non potrò addormentarmi con il rumore del suo televisore nella stanza accanto.
Diventa un’abitudine per lui perlustrare i canali della sua tv. Per vedere quale programma trasmettono e trovare qualcosa per soddisfare a regime la sua insonnia.
Ma oggi tutto tace.
Dopo brevi rumori (la cerniera della valigia che viene aperta, la porta del bagno che si chiude e si riapre poco dopo, il cigolio del letto), ora c’è silenzio.
Discosto le coperte, spengo l’abatjour del comodino, e resto al buio a fissare il soffitto. E a riflettere.
Me lo vedo sul letto, con il completo che indossava oggi, senza cravatta e senza giacca. Sveglio.
Ho la tentazione di alzarmi e andare da lui.
Ma non è una buona idea.
La buona idea è rimanere qui.
Chiudo gli occhi, in attesa del sonno. Ma c’è troppo silenzio perché possa accadere. E sento come i pensieri mi rimbalzino nella testa. Confusi. Senza una ragione perché stiano lì, e non al loro posto. E alla fine, quando mi decido a riaprire gli occhi e guardare l’orologio, mi accorgo che è trascorsa un’ora, e so per certo che il sonno non arriverà.
***

Mirror Lake, Montana
Base Aerea
Ore 09:30 am
Giovedì

Le basi militari diventano tutte uguali alla fine. Tizi in uniforme che camminano impettiti e rigidi, con le loro belle mostrine e i loro cappelli sugli occhi. Tutti seri e pronti alle proprie postazioni.
Considerando le mie passate esperienze, posso dire di odiare le basi militari. Cordialmente, ovvio.
Scully cammina con passo fermo, come se sapesse esattamente dove mettere i piedi. Vivere in una base militare deve averla aiutata a sentirle come una seconda casa.
Grazie a Dio, ha smesso di preoccuparsi per me. Non che non apprezzi, ma stava diventando asfissiante e morboso, e mi impediva di concentrarmi. Invece questa mattina ha sfoggiato la sua aria da regina di ghiaccio, patologo dell’accademia, e mi ha condotto fino a qui.
Non mi va di guidare in questi giorni.
Guidare mi rilassa e non mi va di rilassarmi.
Entriamo in un edificio banale, rivestito di bianco all’esterno. Dietro la prima scrivania che incontriamo, quasi all’ingresso, un marinaio di seconda classe trascrive un rapporto al computer.
"Buongiorno, cerchiamo il capitano di corvetta Bentham Rice." La cordialità di Scully è un esempio di buona educazione, ormoni di titanio e addestramento a Quantico. Dovrei imparare da lei qualche volta.

Il ragazzetto ci guarda con aria assorta per qualche secondo, come se non sapesse che diavolo stiamo dicendo.

"Avete un appuntamento?"

"No. Siamo dell’FBI." Fa Scully ancora più risoluta.

"FBI? Ci sono problemi di qualche tipo? Non sono autorizzato a far passare esterni alla base senza autorizzazione." Dice il marinaio in tono serio.

Evidentemente i budget che ci hanno dato all’ingresso non sono sufficienti. Questo capitano Rice deve essere un pezzo grosso.

"Siamo qui per un’indagine autorizzata. Il vicedirettore Skinner potrà confermarglielo, ma se è così cortese da non farci perdere tempo ulteriore…"

Il ragazzo ci scruta di nuovo ed alza la cornetta.

"Vedrò che posso fare." Sussurra, e clicca il n°2 dell’interfono.

"Scusi se la disturbo capitano, ma ci sono due agenti dell’FBI che desiderano vederla, signore." Inizia a cantilenare poco dopo. Assume un’aria divertita. "No, veramente no, signore." Ora sembra leggermente in imbarazzo. "Provvedo immediatamente." Copre il ricevitore con una mano e si volta a guardarci.

"Potete mostrarmi i vostri tesserini?" Scambio una breve occhiata con Scully, prima di infilare la mano nella giacca e estrarre la tessera FBI dal taschino interno.

Il marinaio li guarda con curiosità e si rivolge nuovamente alla cornetta.

"Si, signore. Agenti Mulder e Scully." Resta in ascolto per un attimo. "Agli ordini, signore."

Abbassa l’aggeggio e ritorna a guardarci.

"Il capitano Rice può ricevervi." Finalmente. "L’ultima stanza in fondo." E ci indica un corridoio alla sua destra.

"Grazie," mormora Scully e mi precede verso l’ufficio.

Camminiamo in silenzio, ma posso sentire il mio cervello in tumulto.
Questa notte non ho chiuso occhio, pensando a quello che avrei potuto scoprire incontrando questo capitano di corvetta. Probabilmente nulla, ma qualcosa mi dice che questa è la volta buona.
O forse voglio solo sperarlo.
Scully bussa con due colpi leggeri ed immediatamente una voce fina ci dice di accomodarci. Quando apriamo la porta, veniamo inondati dalla luce fredda e invernale che proviene dalla finestra di fronte. E dopo lo shock ci accorgiamo che l’ingombra scrivania è vuota.
"Così, siete voi i due agenti che volevano vedermi." Una voce alla nostra destra ci fa voltare.

Una donna in divisa blu e capelli corvini raccolti dietro la nuca attende impaziente la nostra risposta.

***

Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 08,00 am
Giovedì

Sembro reduce dalla peggiore sbronza della mia vita. Ho due occhiaie profonde come il Gran Canyon, il colorito cadaverico, e due zigomi coperti di lentiggini, tanto da sembrare vittima di un tardivo e strampalato caso di rosolia. Non che nei giorni scorsi abbia dormito di più, con tutta la storia di Mulder che mi picchiettava il cervello come un tarlo. Ma la traversata in aereo, la tensione e il freddo del Montana hanno peggiorato la situazione.
Sospiro mentre guardo la mia immagine sbiadita nello specchio e inizio ad applicarmi il fondotinta.
Alla fine, ho un aspetto più o meno accettabile ed esco dal bagno. Mi infilo la giacca del tailleur e il cappotto che mi attendono sul letto e avverto due colpi alla porta della mia stanza.
Mulder entra con due bicchieri di Starbucks fumanti ed immediatamente l’odore di caffè caldo invade la stanza.
"Ho chiesto al gestore. La base è ad un paio di kilometri da qui." Annuncia mentre sorseggia il suo caffè.

Neanche lui sembra molto riposato.

"Bene." Mi limito a commentare.

Quasi mi aspetto che inizi ad entusiasmarsi per qualche teoria che gli è apparsa durante la notte. Ma non lo fa.
Si limita a terminare in fretta il suo caffè e getta il cartoccio nel cestino dell’immondizia accanto alla porta.
"Andiamo?"

Annuisco e lascio che apra la porta ed esca per primo.
L’aroma di caffè svanisce in fretta, sostituito dall’odore di freddo e terra ghiacciata.
Quando esco all’esterno, lo vedo attendermi accanto alla macchina. Mani nelle tasche del cappotto e pensieri persi chissà dove.
Una folata di vento gelido mi colpisce il viso.
Mi alzo il bavero e mi avvio verso di lui.
***

Mirror Lake, Montana
Base aerea
Ore 09:40, am
Giovedì
Rimaniamo interdetti un attimo. Giusto il tempo di darci una breve occhiata. Mulder è sorpreso quanto me.

"Allora, è possibile sapere i vostri nomi o devo chiamare la sede di Washington?"

Ha una bella voce. Dolce e decisa.
In un certo senso mi ricorda quella di Melissa.
"Agente Speciale Fox Mulder." Il mio partner le porge la mano e stringe la presa con vigore. Questa si che è una sorpresa.

Per un attimo permetto ad un insolito bruciore di stomaco di salirmi fino alla gola. Ma mi impongo immediatamente di non pensarci e mi affretto ad imitare Mulder.

"Agente Speciale Dana Scully."

La donna ci scruta attentamente, e ci fa segno di accomodarci sulle due sedie di fronte alla scrivania.

"Allora, agenti Mulder e Scully, cosa posso fare per l’FBI?"

Per un attimo mi sembra che si stia prendendo gioco di noi. Ha quelle onde ironiche sulla sua voce e lo sguardo serio.
Diventa indecifrabile.
"Siamo qui per un’indagine." Affermo decisa.

Il capitano si siede dietro la sua scrivania con movimenti misurati.
Mi secca ammetterlo, ma ha un bel portamento.
"Se uno dei miei uomini avesse commesso un crimine, la procura militare mi avrebbe avvertita immediatamente."

"Conosceva il tenente Bates Ruper?" Il volto del capitano Rice sbianca e si pietrifica non appena le parole escono brusche dalle labbra di Mulder.

***

Mirror Lake, Montana
Casa del Tenente Bates Ruper
Ore 06:40, pm
Giovedì

E’ una casa modesta. Come tutte le case della base, suppongo.
Il riscaldamento non è in funzione, e, nonostante le finestre siano chiuse, l’aria ghiacciata e secca della sera spazza il pavimento.
"Alcune cose sono già imballate, ma per lo più si tratta dei vestiti civili di Bates e le sue divise."

Il capitano Rice ci introduce nell’ingresso e chiude la porta dietro di sé.
Il posto è semibuio, nonostante le tapparelle delle finestre siano alzate e il sole non sia ancora tramontato del tutto.
Vedo Scully ispezionare il soggiorno e la cucina, così mi dirigo in camera da letto.
E’ piuttosto grande, considerando che funge anche da studio.
La scrivania è ordinata e ben tenuta. Un laptop. Vecchie cartelle. Un portapenne della base. E una fotografia che mi colpisce. Il tenente Bates con due donne più anziane e una più giovane. Il capitano Rice.
"Quella è stata scattata anni fa, il giorno prima che Bates ed io partissimo per l’Accademia."

La voce del capitano mi arriva sottile e calma dietro di me.

"Non c’è suo padre." Le faccio notare.

Ma la presenza di questa donna… E’ assurdo che lo pensi, ma riesce a placare i miei nervi.

"Mio padre ha sempre avuto un rapporto di… di timore verso Bates. In qualche modo, si è sempre sentito responsabile per la scomparsa di Frank. Bates non gliene faceva una colpa."

Annuisco brevemente e continuo nella mia ricerca.
I cassetti della scrivania non contengono nulla di rilevante. I comodini e l’armadio sono stati svuotati, e il loro contenuto giace imballato all’interno di una decina di scatole accatastate ad un angolo della stanza.
"Se vuole posso aprirgliele, ma non troverà che vestiti, biancheria, la Bibbia, il suo orologio, e altre due o tre cose che erano nei comodini." Il capitano Rice mi parla quietamente, quasi in maniera ovvia. Sembra che non stia nascondendo nulla.

"Non è necessario."

Dei passi mi avvertono che una testa rossa sta per entrare in camera da letto.
Scully ha uno sguardo artico da questa mattina.
"Non ho trovato nulla. Tu?" Mi chiede, avvicinandosi a me con fare professionale.

Lancia un’occhiata furtiva verso il capitano, ma non si interessa di lei.

"Niente per ora. Ma resta da controllare il laptop."

***

Mirror Lake, Montana
Base aerea
Ore 09:40, am
Giovedì
"Lo conosceva, capitano?"

La donna annuisce lentamente. "Si, lo conoscevo. Era un ottimo amico, un ottimo pilota e un ottimo ufficiale. La sua perdita è stata un grave colpo per tutta la base."

Recupera in fretta la sua compostezza e il tono ritorna ad essere severo e neutrale. Mulder sembra avere un moto di simpatia verso di lei.

"La polizia militare ha indagato." Insisto io.

"Si, ma hanno concluso l’ovvio, signora. Il tenente Ruper si è suicidato nella sua casa. Questo è quanto purtroppo."

Peggio che parlare ad una lastra di ghiaccio.

"E cosa ci dice del suo incidente accorso esattamente il giorno dopo la morte del tenente." Mulder la incalza, ma il suo tono di voce è cambiato.

E’ meno spigoloso, si è ammorbidito, e devo ricorrere a tutto il mio autocontrollo per non voltarmi scioccata verso di lui e non chiamarlo in disparte per dirgliene quattro. A quanto pare qui il problema sono io, non lui.
Questo è il colmo.
"Nulla di veramente serio, in realtà. Il motore dell’F-14 di prova è andato in stallo. Il mio secondo si è fatto prendere dal panico e ha avuto la peggio. La cosa che più mi dispiace sono stati i quattro mesi che ha perso. E’ tornato in servizio una settimana fa."

"Il suo incidente non ha nulla a che fare con la morte del tenente Ruper?" Chiedo con tono distaccato.

Onestamente non so perché lo abbia fatto. Porre una simile domanda, cioè. Non che mi interessi sapere se questa donna ha un cuore e se la morte di un suo amico possa averla turbata in qualche modo.

"Se intende dal punto di vista emotivo, è probabile." Non so dire se è una persona contraddittoria o totalmente scaltra. Forse entrambe le cose. "Bates… lo conoscevo da anni. Praticamente eravamo cresciuti insieme. E si, quel giorno ero un po’ distratta. Ma sono un ufficiale della Marina americana e ho la responsabilità degli uomini e delle donne sotto il mio comando. E quando salgo su un F-14 dimentico la mia vita e mi concentro sul volo." E’ insolitamente calma. Non aggressiva. Non infuriata. Non seccata. "La commissione ha accertato le cause meccaniche dell’incidente. La questione si è chiusa senza problemi per nessuno."

"Però a lei è stato negato un trasferimento." La incito, ma riesce a mantenere la situazione sotto controllo.

"Diverbi con un mio più alto in grado." Risponde risoluta.

E Mulder mi manda una malcelata occhiataccia.

"Come mai vi siete interessati al suicidio del tenente Ruper?" Ci fissa con i suoi occhi verde acqua e cerca di scrutarci la risposta sul volto.

"In realtà indaghiamo su una serie di sparizioni." Mormora Mulder, e per la prima volta nella mia vita lo vedo imbarazzato per il suo lavoro.

Non posso crederci.

"Di chi?"

"Del padre del tenente Ruper."

"Oh… Frank." Si limita a dire.

"Conosce la storia, capitano?"

"Sul sergente Frank Ruper? Certo, mio padre me l’ha raccontata spesso. Erano in Vietnam insieme, durante la guerra. In realtà, non so molto."

La sua voce sembra incrinarsi per un istante. Ma nell’attimo dopo sembra solo una stupida sensazione.

"Tania, la moglie di Frank non si risposò più. Lei e mia madre erano molto amiche." Si ferma per qualche istante, quasi volesse riportare alla mente ricordi sepolti chissà dove. "Dopo la scomparsa di Frank, papà portò Tania a vivere con lui e mia madre. Diceva che era il minimo. Poi lei e Bates si trasferirono nella casa accanto alla nostra, e Tania iniziò a lavorare in una tavola calda. L’aiutava a coprire le spese. Il resto proveniva dal fondo governativo per le vittime del Vietnam. Ma cosa c’entra questa storia con il tenente Ruper? Pensate che… possa trattarsi di… di omicidio?"

Mulder è sul punto di parlare, ma lo precedo poco prima che le parole gli escano di bocca.

"Noi non pensiamo nulla, capitano Rice. Aveva notato qualcosa nel tenente prima che si sparasse un colpo in testa?"

Ammetto di essere stato un po’ dura, ma lei sembra non averne risentito.

"No. Un po’ stressato perché non riusciva a trovare una ragazza decente con cui uscire e andare in vacanza, ma per il resto sembrava a posto."

"E non le è sembrato strano che si sia suicidato, così, all’improvviso?"

"Evidentemente non guardavo bene. Il lavoro qui alla base è duro, spesso non abbiamo neanche la forza di ritrovarci al bar per bere qualche birra prima di tornare a casa. Bates ed io venivamo da tre settimane di aggiornamento al volo, e in quelle tre settimane gli unici argomenti di conversazione tra di noi riguardavano piani di volo, Hughes AWG-9, Sparrow, Sidewinder e sonde anemometriche." E’ più dura del granito.

"Bene." Mormoro.

"E se vuole chiedermi se mi sento in colpa, si, è così. Perché ero una sua amica e avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava. E se l’avessi fatto Bates sarebbe ancora qui." Termina con un tocco di amarezza, e immediatamente mi volto verso Mulder.

Il suo viso si è ingrigito.

"Non era mia intenzione, Capitano, ma la ringrazio per la puntualizzazione."

Lei annuisce. "Posso fare altro per voi, agenti?"

"Si." La voce di Mulder è roca. Come se si fosse appena svegliato o non parlasse da molto tempo.

"Mi dica, allora." Il capitano sembra sinceramente interessata.

"Sarebbe possibile visitare la casa del capitano Ruper? Sempre che non sia stata già occupata."

"No. Era stata affidata ad una coppia, il mese scorso, ma alla fine si sono sistemati in una casa fuori della base. A quanto pare lei… non gradiva troppo la vita qui dentro." Posso giurare di aver visto una punta di divertimento nei suoi occhi.

"A chi potremmo chiedere per poterla visitare?"

"Al momento ho io le chiavi. La tengo sotto controllo fino a che non verrà affidata a qualcun altro."

"Sarebbe disposta ad accompagnarci?"

"Si, ma questa mattina mi è impossibile. Ho una lezione, un volo di addestramento, e una riunione di ufficiali all’ufficio centrale con il comandante di divisione. Fatevi trovare qui intorno alle 6:30, questo pomeriggio." E si alza.

Un modo cortese per dirci che la conversazione è finita.

"Ci vediamo." Mormoro, e Mulder ed io le porgiamo la mano.

E’ ancora in piedi quando usciamo e chiudiamo la porta alle nostre spalle. E ci squadra con due occhi che non mi piacciono.

***

Mirror Lake, Montana
Tavola Calda ‘Honey’
Ore 01,00 pm
Giovedì

E’ il pranzo più schifoso della mia vita. E non solo perché la carne dell’hamburger sa di cartone e le patatine sono mollicce. E non è neanche perché siamo circondati da militari in divisa che mangiano da soli o in gruppo, ridendo alle battute idiote che si fanno. Sono abituata a questi posti. Quando avevo quindici anni e uscivo con Melissa, marcavamo strette le nuove reclute e li seguivamo in postacci come questo da 10 dollari a pasto, coca compresa.
No. Non è il posto.
E’ la compagnia.
E’ quantomeno deprimente mandar giù questa sottospecie di cibo, mentre il tuo partner non fa nemmeno finta di interessarsi a te o al piatto che ha davanti.
Ha aperto una conversazione mentre eravamo in macchina. La cosa mi ha sorpreso, ma sono state quattro semplici parole su: "Non mi aspettavo fosse una donna", "Il capitano Rice aveva un non so che nello sguardo", "Speriamo di scoprire qualcosa a casa del tenente Ruper", "Scully, ferma qua."
Grandioso davvero.
Come se non avessi notato il suo interesse per il bel capitano…
Cerco di mandar giù un nuovo boccone di hamburger, ma alla fine lascio perdere. E’ troppo disgustoso.
Mulder sta bevendo distrattamente. Ma in realtà si limita a roteare la sua acqua e a fissarne il movimento. Sembra basito dall’immagine.
Per un attimo mi ritorna in mente il suo sguardo al cimitero di Reilegh, il suo volto cereo che fissava la lapide di sua madre.
"Cosa pensi di lei?" Esordisco, dopo un respiro profondo. Cerco di sorseggiare l’acqua del mio bicchiere per prendere tempo. Ma Mulder si limita ad alzare lo sguardo.

"Cosa?" Chiede.

"Il capitano Rice. Pensi che ci stia nascondendo qualcosa?"

Abbasso il bicchiere sul tavolo e lo guardo in attesa.

"Non lo so. E’ troppo presto per dirlo."

Rimango stupefatta.
Dov’è finito Mister_Non_Fidarti_Di_Nessuno?
"Andiamo, Mulder! Era fin troppo composta nel suo ruolo!"

Il mio partner mi guarda incolore.

"E’ un militare e noi siamo federali. E’ addestrata a non dare confidenza ad agenti ficcanaso." Mormora atono. "Hai finito? Chiediamo il conto?"

Non posso crederci.

***

Mirror Lake, Montana
Casa del Tenente Bates Ruper
Ore 07:10, pm
Giovedì
"Capitano Rice?" Aggiunge Mulder, voltandosi verso di lei.

Bentham ci guarda con il suo cipiglio neutro.

"Dubito che possiate trovare molto," dice alla fine.

Sembra che la cosa non la riguardi.
O è così, oppure è la migliore commediante sulla faccia della terra.
"Possono esserci segreti militari per cui dobbiamo richiedere particolari autorizzazioni?" Chiedo io. L’ultima cosa che voglio è avere noie con Skinner che ha noie con i militari per aver ficcato in naso in cose che non competono a due banali agenti speciali dell’FBI.

Mulder sembra non aver fatto caso alla domanda.

"No, non credo. Bates era un pilota, lavorava poco con il computer e, se doveva utilizzarlo per lavoro, usava quelli degli uffici, al comando."

"Quindi, se noi lo preleviamo e lo analizziamo, non ci sono problemi?" Insisto.

Il capitano scuote le spalle.

"No, direi di no."

Mulder lo solleva dalla scrivania senza dire una parola.

"Avete terminato?"

"Ha fretta, capitano?"

"Un rapporto da scrivere e un’esercitazione domani mattina, molto presto. Vorrei arrivare ben riposata." Sui suoi occhi colgo un lampo di sfida. Viene avanti con il berretto sotto braccio e un’andatura composta.

"Non abbiamo più nulla da fare qui, capitano." Conclude Mulder avvicinandosi a noi.

Le ombre della stanza rabbuiano il suo viso.

"Bene."

Esce per prima dalla stanza e per ultima dalla casa.
Sento gli scatti della serratura mentre viene chiusa. Il sole è una stella fredda e luminosa che sta per scomparire.
Bentham si sofferma ad osservare il cielo. Per un attimo i suoi occhi diventano simili a quelli del mio partner. Intensi, tanto da divenire difficile osservali. Eppure altrettanto assenti e lontani. Come se fossero miglia distanti.
"Grazie del suo aiuto, capitano." I modi educati di Mulder la distraggono dalla sua pensosa contemplazione.

"E’ stato un piacere, agenti. Se aveste ancora bisogno di me, sapete dove trovarmi. Buona serata." Fa un cenno del capo nella nostra direzione, calza il cappello sulla testa e si volta, avviandosi a passi misurati e costanti lungo il marciapiedi del viale che costeggia le case.

Rimango a fissare il suo profilo che si allontana, ma poi vedo Mulder accanto alla nostra automobile e mi decido a muovermi.
Il freddo è diventato più intenso.
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PARTE SESTA: INDIZI



Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 09,00 pm
Giovedì
"Questo laptop è vuoto."

Scully mormora dalla scrivania con una nota di disappunto. Ha trascorso l’ultima ora e mezza ad ispezionare il disco rigido.
In tv non c’è nulla di buono.
"Niente di niente?" Spengo la tv e getto il telecomando sul letto.

Quando provo a mettermi seduto, la mia schiena rischia di spezzarsi in due.

"Poche e-mail in entrata e in uscita. Qualche file doc, pdf e htm salvato. Pochi siti internet visitati. E nessuno ha minimamente a che fare con la nostra indagine. "

Chiude il portatile e si volta a guardarmi. "Potrebbe sempre aver cancellato qualcosa." Aggiunge.

"Chi?"

"Il capitano Rice, o… qualcun altro."

"Forse." Mi alzo in piedi e mi avvicino alla scrivania. Il cartoccio del cinese è ancora sul tavolo. Vuoto.

"Dovremmo portare il disco rigido a qualcuno per un controllo." La lampada alla parete è troppo fioca e dorata. Quasi fastidiosa.

"Vado nella mia stanza. Prenota un volo per domattina." Mormoro.

Attendo che annuisca ed esco immediatamente dalla camera.
La notte è scesa su Mirror Lake, e il freddo condensa il mio respiro in soffi di vapore. Sento l’aria gelida sferzarmi la pelle, ma, nonostante questo, mi attardo all’aperto.
E’ solo…
E’ solo che vorrei riprendere a respirare, se mai l’abbia fatto negli ultimi venticinque anni.
"Mulder?" Quando volto il capo, lei è lì, sulla soglia della sua stanza.

"Che fai fuori, Scully?" Infilo le mani nelle tasche dei jeans e recupero la mia chiave.

"Volevo solo dirti che… abbiamo il volo domani alle 10 del mattino." Sussurra.

"Bene," rispondo, infilando la chiave nella serratura ed aprendo la mia porta. Un’ondata di calore mi investe. La vedo fissarmi. Per un secondo soltanto. Poi la sento mormorare un ‘buona notte’ a denti stretti e scomparire alla mia vista.

Quando entro nella mia camera, riesco a scorgere solo il buio. Il sonno è traghettato senza fermarsi alla mia porta e la notte è ancora lunga da passare.



***

Mirror Lake, Montana
Base Aerea
Ore 07:50
Venerdì

Non so perché sono venuto.
Forse perché questa mattina mi sono alzato alle cinque senza aver dormito un solo minuto dell’intera nottata. Forse perché quello fino alla base è uno dei pochi percorsi che conosco, ed è sufficientemente lungo per una corsa di primo mattino.
Un po’ di moto per scrollarmi i pensieri dalla testa. E per scacciare via quelli che ancora l’affollano.
Sento il gelo penetrare nei miei polmoni, ma non mi fermo. Vado avanti, fino a crollare accanto ad una panchina. Il sibilo del mio respiro mi risuona nelle orecchie. E non ho percezione di nulla, eccetto la necessità di recuperare ossigeno e dare riposo alle mie gambe.
Ma sono contento. Per la prima volta da giorni, non sento assolutamente niente.
Il sudore inizia a raffreddarsi sulla faccia, quando alzo lo sguardo e mi accorgo di essere vicino alle recinzioni che circondano la base. Una strada asfaltata corre lungo il perimetro della rete metallica. Da lontano si odono un sommesso vociare e il rombo dei degli aerei che vengono portati sulla pista. Gli hangar sono una distesa uniforme e parallela al centro di kilometri di niente.
Due individui compaiono davanti alla mia visuale, in tuta da combattimento verde e aria assorta.
Non la riconosco immediatamente, ma poi i suoi capelli nerissimi mi colpiscono come hanno fatto ieri. E la fisso, fino a che non s’accorge dei miei occhi che la squadrano e si volta.
Il ragazzotto accanto a lei ci guarda entrambi.
Alzo una mano a mò di saluto, ma la vedo mormorare qualcosa al giovane sottotenente e avvicinarsi alla recinzione.
"Agente… Mulder, giusto?"

"Esattamente."

"Avete trovato qualcosa sul portatile del tenente Ruper?" Ha una voce asciutta.

Non penso le sia mai capitato di perdersi in preamboli. Non vorrei essere uno dei suoi sottoposti, questo è certo.

"No, ma lo portiamo a Washington per ulteriori controlli." La pungolo, ma non sembra farci caso. Anzi. Annuisce convinta, come se approvasse, come se fosse la cosa più giusta da fare.

"Siete in partenza?" Chiede poi.

"Abbiamo l’aereo fra qualche ora. Credo che… non abbiamo più nulla da fare qui."

"Lo credo anch’io." Concorda.

Suppongo che se avessi giocato al tiro alla fune con una molla non ci sarebbe stata alcuna differenza.

"Buon viaggio." Conclude. "I voli di addestramento mi aspettano."

"Buona giornata." Mormoro. E la vedo raggiungere il sottotenente e allontanarsi con passo tranquillo e deciso lungo il sentiero che porta agli hangar.

***

Tana dei Lone Gunmen
Ore 02,00 pm
Venerdì
Ci vogliono una decina di lucchetti e serrature prima che la buffa figura di Frohike si affacci alla nostra vista con un grembiule a fiori. Mi squadra per qualche secondo con quello sguardo che riserva solo a me, poi la sua attenzione si rivolge verso il mio partner. Impaziente. Dietro di me.

"Prego, agenti dell’FBI."

Si scansa e ci lascia entrare nel loro bizzarro rifugio. Byers, impeccabile in completo marrone scuro, alza il capo da qualcosa vagamente somigliante ad un costosissimo microscopio. Non che lo sia realmente.

"Abbiamo un lavoro per voi." Annuncia Mulder, posando il laptop sul bancone.

"Che lavoro?" Langly indossa una maglietta nera che inneggia ai Supertramp.

"Dovete vivisezionare un disco rigido." Ironizza il mio partner, e per un attimo ho l’impressione che tutto sia tornato come prima. Ma mi basta scrutare il suo volto per sapere che non è così.

"Di chi sarebbe?" Frohike afferra il portatile e lo porge al suo biondo partner in postazione.

"Di un tenente della marina morto sei mesi fa." Mi inserisco e i tre mi guardano con strano cipiglio.

"Com’è Mirror Lake di questi tempi?"

"Gelida." La voce di Mulder esce secca e quasi irritata.

Si toglie il cappotto e si abbandona sul divano. I pensieri persi chissà dove.
Questa mattina è uscito senza dirmi niente. Ho solo sentito la porta della sua camera che veniva chiusa con troppa violenza e i suoi passi sul selciato della strada lungo le nostre stanze. Ho sbirciato dalla finestra e l’ho visto correre come un folle in tuta e capelli in disordine.
E ho imposto a me stessa di non preoccuparmi.
"Vi saremo grati se poteste fare in fretta." Mormoro.

"Ci vorrà un po’."

Cala il silenzio.
Byers ritorna alla sua basetta, Frohike in cucina.
Lanbly si chiude intorno al laptop e smanetta convinto. La luce fluorescente del monitor si riflette sulle spesse lenti dei suoi occhiali.
***

In volo verso Mirror Lake
Ore 10,00 pm
Venerdì

Scully ha deciso di rileggere quelle dannatissime e-mail per l’ennesima volta.
Ma a me non serve. Ho tutto stampato in testa.
Ogni fottutissima parola che mi rimbalza davanti agli occhi.
Sentivo di essere vicino alla verità. Sempre che questa sia la verità, e non un gioco perverso in un infinito gioco perverso che si diverte con le nostre vite.
"Signore, ha bisogno di qualcosa?" La voce dell’hostess si intromette nei miei pensieri. Quando mi volto, vedo il suo sorrisino di gommapiuma che mi fissa in attesa.

"No." Le dico brusco, e il suo visino non perde la finta compostezza.

"Un caffè, un tea, un succo?" Insiste.

"No!" Le urlo quasi, attirando l’attenzione di un paio di affaristi in giacca, cravatta e un infarto in agguato.

Scully ha assistito alla scena in silenzio, limitandosi ad abbassare i fogli stampati e ad osservarci.

"Non abbiamo bisogno di nulla, la ringrazio." Interviene risoluta, non mancando di addolcire la sua voce con una punta di comprensione.

Diplomazia fatta donna.

"Bene, signora." Sussurra la ragazza. Mi lancia un’occhiata schifata, prima di ritornare al suo carrello e allontanarsi lungo il corridoio.

"Puoi evitare di esplodere in aereo?" Mi bacchetta con un tono misurato da perfetto agente dell’FBI.

"Non decido io dove esplodere, Scully." Le rispondo acido, e mi volto verso il finestrino.

Non mi stupirei se succedesse a Skinner sulla poltrona di comando. Sarebbe perfetta a mettere in regola i bastardi come me che si muovono nel limbo del Bureau.
Mi lascio sfuggire un sorrisino, ma le immagini di quelle e-mail mi appaiono nuovamente davanti agli occhi e ogni sentore di ironia sparisce.
Mirror Lake ci attende con un mucchio di domande, di risposte, attese e spettri.
"I signori passeggeri sono pregati di allacciare le cinture."

La voce dell’hostess di intrufola nuovamente nella mia testa.
Quando mi volto, vedo che Scully ha conservato gli stampati nella sua borsa e si appresta a legarsi al sedile.
"L’atterraggio avrà luogo fra cinque minuti." Continua lo stridulo metallico.

Sbuffo e afferro le cinghie per legarmele attorno alla vita.
L’aereo comincia a scendere, e inizio a scorgere le luci di posizione sulla pista coperta di neve fresca.
Deve essere nevicato di nuovo.
***

Tana dei Lone Gunmen
Ore 05,00 pm
Venerdì

Non posso credere che pubblichino davvero questa roba. Non che mi meravigli più di tanto. Se sono amici di Mulder, un motivo ci deve essere.
"PornoSpam: l’ultima frontiera del subliminale ordita dal nostro governo."
Che razza di titolo è?
Che il porno sia un messaggio subliminale per maschi in calore non c’è alcun dubbio. Ma da qui a dire che è una congiura del governo. Insomma, a meno che il governo non abbia intenzione di controllare tutti gli uomini con… Oh, comunque sarebbe troppo.
Poso la rivista N°15 e mi volto verso Mulder.
Non ha detto una parola.
E’ rimasto seduto su quel divano, a fissare il nulla, limitandosi ad afferrare la tazza di caffè che gli ha passato Frohike
"Bingo!" La voce di Lanlgy risuona nel brusio della stanza, e fa si che Byers alzi gli occhi dal circuito che sta studiando.

"Hai trovato qualcosa?" Chiede.

"Puoi scommetterci, amico. File cancellati dalla directory ma non dall’hard disc."

L’attenzione di Mulder si risveglia per la prima volta. Si solleva dal divano e si avvicina con passo cadenzato all’amico capelluto.
Ha l’aria stanca.
"Allora?" Domanda.

Mi accosto anch’io.

"Ho trovato una serie di e-mail. Chi le ha cancellate ha fatto un bel lavoro. Mi ci è voluto un po’ per poterle scovare."

"Aprile." Ordina il mio partner.

Alla luce fluorescente del laptop, posso scorgere con chiarezza i suoi occhi. E mi spaventano. Per quello che vedo. E per quello che essi significano.
Rabbia – Vendetta - Rabbia.
Una macabra cantilena circolare non-stop.
"Cosa fate tutti intorno a Lanlgy? Avete trovato qualcosa?" La voce di Frohike spezza la tensione.

Lo vediamo avvicinarsi con un mestolo di legno in mano.
Tutti tranne Mulder.
Il suo sguardo assorto sul computer.
"Si. Vecchie e-mail." Mormora Byers.

"Bene. I Tacos saranno pronti fra poco." Scompare in cucina.

C’è uno strano odore nell’aria. Di salsa piccante e qualcosa che non oso neppure immaginare cosa sia.

"Aprile, Langly."

E in quello stesso istante, capisco che la nostra vita sta per iniziare a scorrere al contrario.

***

Casa di Fox Mulder
Alexandria, Virginia
Ore 07,00 pm
Venerdì

Non so perché mi sono lasciato convincere a venire fin qui. E’ una settimana che non ci torno, e onestamente non ci tenevo a rivedere queste quattro mura.
Avrei preferito correre immediatamente all’aeroporto fremendo per il nostro volo. Non essere qui, e lasciare che l’attesa mi distrugga.
In tutta onestà, sono stanco di aspettare.
Ma Scully ha insistito. "Non puoi andartene in giro con gli stessi vestiti." Mi ha intimato, e ha svoltato verso Alexandria, invece di filare diritto verso Dulles.
Sbuffo e apro distratto le ante dell’armadio.
Sono stanco anche di discutere. Con me stesso. Con Skinner. Con Scully. Tutti si sentono in dovere di darmi consigli su come vivere la mia vita.
Sbuffo ancora e inizio a scorrere i pochi completi che mi sono rimasti.
Da quanto non faccio un bucato? Non ne ho la più pallida idea. Credo che i vestiti sporchi siano accatastati da qualche parte, in bagno, in attesa di essere portati in lavanderia.
Afferro una giacca e pantaloni grigio scuro e li getto sul letto.
Una camicia e una cravatta blu a righe.
Jeans. Un paio è sufficiente. Biancheria. Due maglie.
Lancio ogni cosa sul materasso e mi avvicino alla borsa da viaggio. I vestiti sono disposti alla rinfusa e sono tutti spiegazzati.
Poco importa.
Non ho mai badato alla formalità.
Ma getto i panni sporchi in un angolo accanto al comodino proprio mentre Scully sta entrando nella mia stanza.
Perfetto!
Non poteva limitarsi a bussare?
"Non hai mai pensato di fermarti un attimo e pulire questo porcile?" Sussurra esasperata.

"Se non ti piace non sei costretta a restare."

Stupendo!
La vedo irrigidirsi, perdere per qualche secondo la sua compostezza. E ne sono quasi fiero.
E’ questo quello che ci vuole per far sciogliere questa donna?
"Fai in fretta, se non vuoi perdere il volo."

Ogni parola affilata come il coltello di un fachiro.
Annuisco lentamente, e aspetto che esca dalla stanza per riprendere il mio frettoloso lavoro.
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CountryGirl and CityBoy


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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:44 pm    Oggetto:  
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PARTE SETTIMA: E-MAIL



From: tbr
To: tfr
Subject:

I carrelli hanno rullato tutto il giorno. Scheggia ha abbassato troppo il muso, ma ha corretto la posizione in tempo. L’istruttore ha lasciato perdere.
Oggi fa troppo freddo persino per respirare.
Lo so a cosa stai pensando. Quando sei in guerra non puoi permetterti di scegliere. Sono contento di essere un pilota.
Domani siamo sulla SeaHawk. Una settimana di voli.
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Problemi?

Avvisami se non sei in città. Rischio di prendere un infarto quando non ti sento. E ascoltami.
Non ti scoprire troppo
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Problemi?

Non dovresti preoccuparti così del tuo vecchio. Questi affari elettronici sono una vera rogna. Quando avevo la tua età scrivevo lettere. Penna. Carta e francobollo.
Voi giovani avete una vita troppo comoda. Un po’ di freddo e vi spaventate subito.
Cercate di fare bella figura, non mettetevi nei guai e da retta a Scheggia. Ha un po’ più di sale in zucca di te.
SF





From: tdr
To: tfr
Subject: Scheggia?

Sei lei ha sale in zucca, io sono Tom Cruise in Top Gun! Oh, andiamo. Ci siamo divertiti. Gli appontaggi notturni ci spaventavano un po’ ma alla fine è andato tutto bene. Il capitano si è congratulato con noi. Abbiamo fatto un ottimo lavoro.
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Scheggia?

Dovete ancora mangiare un sacco di spinaci. Siate i soliti.
A proposito, spero ricorderai che giorno è domani. Ovvio che si. Mettete i fiori anche per me. Io pregherò da qui.
SF







From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re: Scheggia?

Ho pensato di venire a trovarti. Ho una settimana di licenza dell’anno scorso che non ho ancora sfruttato. Si, lo so che ora stai urlando e vorresti venire qui a spaccarmi la faccia.
Era solo un’idea. Lo so che è pericoloso.
La licenza devo prendermela lo stesso, altrimenti me la revocano. Dove pensi la possa portare?
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Re:Re: Scheggia?

Quando la sposi?
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re:Re:Re: Scheggia?

Cazzo, ma ti sembra il caso? A me non proprio! Siamo amici da una vita, colleghi da una vita, e l’ultima cosa che voglio è perderla per la mia testa di cazzo.
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Re:Re:Re:Re: Scheggia?

Avrai sempre una testa di cazzo. Sapessi quanto vorrei avere tua madre qui con me, ora…
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Lo so…

… ma non mi sembra il momento. Faremo un giro nei dintorni. Nulla di speciale. Lei dice di volermi parlare…
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Lo so…

E’ pericoloso quando vogliono parlare… Sono via per una settimana. Ho sentito di due che mi stanno cercando. Voglio essere prudente.
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re:Lo so…

Sta attento. Aspetto una tua risposta.
SF







From: tbr
To: tfr
Subject:

Ci sei?
SF







From: tbr
To: tfr
Subject: Re:

Sono passati dieci giorni…
SF







From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re:

Devo venire lì ?
SF







From: tfr
To: tbr
Subject: No

Non è necessario. Sono qui. Sono uscito quando le acque si sono fatte tranquille. Ma sono all’erta. Cerca di esserlo anche tu.
SF







From: tbr
To: tfr
Subject: Ok

Scheggia ti saluta. Abbiamo iniziato tre settimane di aggiornamento al volo. Che strazio.
SF







From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Ok

Dalle un grosso bacio da parte mia. Sembra interessante…
SF







From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Ok

Ci sei?
SF







From: tfr
To: tbr
Subject: Re: Ok

Inizio a preoccuparmi veramente.
SF







From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re: Ok

Sono qui. E sono stanco morto. Seminario di aggiornamento sugli Hughes AWG-9. Ti scrivo appena posso. Non contare in una risposta immediata.
Vuoi che diventi geloso?
SF







From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Re:Re: Ok

Non è il caso, figliolo.
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Bene

Un’altra settimana e abbiamo finito. Scheggia sembra annoiata. Io sembro un morto che cammina. Perché non possiamo limitarci a volare? Potrebbero farci ascoltare queste puttanate in cassetta mentre siamo sugli F-14.
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Bene

Voi soldati volanti non fareste altro, vero? Dovreste avere un po’ più di disciplina, come veri Marines…
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Bene

Sei ancora lì? Non doveva finire ieri il corso di aggiornamento?
SF





From: tfr
To: tbr
Subject: Re:Bene

Cos’è? Una missione improvvisa? O hanno prolungato il corso?
SF





From: tbr
To: tfr
Subject: Re:Re:Bene

Bates è morto, signore. L’hanno ammazzato. E’ morto.
SF
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:46 pm    Oggetto:  
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PARTE OTTAVA: SCOPERTE (Nc-17)



Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 08,00 am
Sabato

Perché diavolo non ho messo un maglione in più in questa dannata valigia?
Sbuffo e poggio il borsone per terra, accanto alla scrivania.
Grazie a Dio i termosifoni non si sono spenti all’improvviso durante la notte –è successo anche questo in passato-, e le finestre non hanno spifferi.
Ma la prospettiva di mettere il naso fuori da qui non mi alletta per niente.
Le previsioni di ieri annunciavano una nuova tormenta di neve per il Montana. E’ nevicato tutta la notte. Giusto.
Perché quelle previsioni dovevano essere esatte proprio oggi? Non lo sono mai.
Sbuffo ancora e sento il cigolio della porta di comunicazione con la camera accanto. Alzo lo sguardo per vedere il mio irritato partner entrare con passo nervoso. I capelli e il cappotto blu di lana sono coperti di fiocchi di neve.
"Ha ricominciato?"

Sbotto, vagando con lo sguardo alla ricerca della mia giacca.

"Si."

"Dove sei stato?"

Sul letto. Assieme al soprabito.

"Alla stazione di polizia locale."

"A fare che?"

Non che prima mi dicesse esattamente tutti i suoi spostamenti. Ma se eravamo su un caso ne parlava con me. Questo nuovo Mulder mi piace sempre meno.

"A ritirare un fascicolo." Alza la cartella marrone che ha in mano. "E’ il resoconto delle indagini della polizia militare sulla morte del tenente Ruper."

"Come lo hai ottenuto?"

Mi infilo la giacca e il cappotto.

"Ho chiamato Danny questa mattina presto." Immagino quanto presto. Sono appena le otto. "Gli ho chiesto di recuperarlo e inviarlo via fax alla nostra stazione qui in Montana. Loro hanno mandato il plico alla stazione di polizia locale. Sono passato a prenderlo mezz’ora fa." Mi porge il fascicolo. "Ho chiamato Frohike e gli ho chiesto di rintracciare la persona a cui il tenente Ruper mandava periodicamente le e-mail."

Tenente Ruper…
Dalla foto allegata al fascicolo sembra un ragazzo pieno di entusiasmo. Quante vite ancora devono morire per la verità?
"Gli ho chiesto di fare in fretta." Continua.

Chiudo il file e annuisco.

"In macchina ti racconto le cose interessanti che ci sono nel fascicolo." Conclude sarcastico.

Apre la porta della mia stanza e si avvia a falcate. La nostra automobile è parcheggiata dall’altra parte del viale.
L’aria fredda mi molesta per qualche istante, giusto il tempo che il mio corpo si adatti al brusco cambio di temperatura. Rimango a fissare i radi fiocchi di neve che scendono dal cielo e si posano sull’asfalto. Quelli caduti stanotte sono ammassati lungo i bordi della strada e hanno perso tutto il loro candore.
Sospiro e chiudo la porta alle mie spalle, lasciando che lo scatto della serratura si perda nei miei pensieri.
***

Mirror Lake, Montana
Base aerea
Hangar 7
Ore 08:45, am
Sabato

Questi affari sono tutti uguali.
Grossi capannoni color fumo, con un via-vai impressionante di gente in uniforme e in tuta d’addestramento, tutte di corsa con un gran da fare e nessuna di queste è quella che cerchiamo.
Perfetto.
I marinai semplici hanno trascorso tutta la mattinata a spalare la neve che ora giace ai due lati del viale.
Non ho mai visto una base aerea coperta di neve.
"Siamo arrivati." Scully mi trattiene per un braccio, e mi indica un grosso 7 metallico che campeggia sul lato minore dell’edificio alla nostra destra.

Tentiamo di fermare un paio di sottotenenti con la puzza sotto il naso, ma ci evitano come peste, sussurrando un ‘non ora’ che ha tanto l’aria del diniego.
Odio i militari.
"Mi scusi?" Scully ha fermato un uomo sulla quarantina con un grosso cavo in mano.

"Si, signora?" Risponde lui educato, squadrandoci e squadrando i nostri abiti civili.

"Cerchiamo il capitano Rice. Ci hanno detto che si trova qui." Un acuto rumore metallico si mischia alle sue parole.

"Io non l’ho vista, signora. Ma provi a domandare in fondo al corridoio. Li lo sapranno di sicuro."

L’uomo non attende la nostra risposta e si rimette subito al lavoro.
Arranchiamo fino all’ufficio, dribblando abilmente cavi, funi, e un paio di piloti con le ingombranti imbracature.
"Pensi che voglia evitarci?" Mi chiede Scully, bloccando la mia mano sulla maniglia dell’ufficio.

"Non lo so." Mormoro, ed apro la porta.

Grazie a Dio c’è un po’ di silenzio.

"Si?"

Un cowboy in tenuta militare ha smesso di sfogliare uno schedario e si è voltato a guardarci.

"Agenti Mulder e Scully, FBI." Inizio, evitando per poco un attacco di tosse.

Nell’aria galleggia il fumo del suo sigaro.

"Capitano Crowford. Cosa vi porta qui?" La sua voce rude non denota alcun rispetto. Mi chiedo se sia lui il superiore che ha rifiutato al capitano Rice il trasferimento. Se così fosse, non sarei per nulla stupito.

"Cerchiamo il capitano Rice. All’ingresso ci hanno detto che l’avremmo trovata all’hangar 7." Interviene Scully.

Se non altro fa il diplomatico della situazione. In realtà lo fa sempre. Almeno evitiamo di saltarci alla gola pubblicamente.

"Era qui fino a mezz’ora fa. Non stava bene e l’ho mandata a casa. Cose femminili probabilmente." Nella sua voce c’è una punta irrisoria che non mi piace. E lo sguardo di fuoco della mia partner mi dice che la cosa non è stata gradita neppure a lei.

Sarebbe stata un’ottima suffragetta.

"Grazie, capitano Crowford." La sua voce tagliente indispettisce per un attimo il borioso ufficiale.

Scully esce dall’ufficio prima che l’uomo possa risponderle.

"Di niente, agente." Sussurra. E non so cosa mi trattenga dallo spaccargli la faccia con un pugno.

In fondo cosa cambierebbe?

***

Mirror Lake, Montana
Casa del Capitano Rice
Ore 11,00 am
Sabato

La vediamo arrivare dal viale principale.
Sono ore che Mulder ed io l’aspettiamo. Chiusi in macchina. Poco male. Per lo meno ci siamo scaldati e ho avuto modo di sbollire la rabbia che ho accumulato. Ci mancava solo che il capitano Crowford facesse ironia sulle donne. Non bastava il nervosismo che mi porto dietro da giorni.
"Eccola." Mi sussurra il mio partner e si accinge ad aprire la portiera della macchina.

Ovviamente Mulder non ha fatto nessun commento.
Assolutamente nulla. Si è limitato a parlottare del file sulle indagini Ruper e delle informazioni che Frohike ci ha passato via telefono un’ora fa.
Poi silenzio.
Ero quasi tentata di chiamare l’oroscopo telefonico. Giusto per sentire la voce di un essere umano.
Quando siamo all’esterno, un brivido percorre la mia schiena, ma cerco di non pensarci e ci avviciniamo alla figura che cammina a volto basso sul marciapiedi.
E’ senza divisa.
"Che fate ancora qui?" Ci chiede, non appena nota la nostra presenza. Posso giurare di aver visto un attimo di esitazione nel suo sguardo. "Non dovevate partire?" I capelli sciolti le ricadono morbidi sulle spalle.

"Lo abbiamo fatto, capitano Rice. Siamo ritornati a Washington e poi siamo ritornati qui." Risponde Mulder senza esitazione. Eccolo lì. Lo stesso tono di voce che intimava a Langly di aprire le e-mail.

"Scoperto qualcosa sul portatile del tenente Ruper?" La parole escono dalla sua bocca in nuvole di condensa calda. Ma non fa accenno ad alcuna preoccupazione.

Non riesco ad inquadrarla.

"Direi di si. Le dice niente il nome di Hugh Eamon?" E per la prima volta la vedo vacillare.

Ci fissa quasi fossimo fantasmi. O avventurieri che hanno violato il sacro tempio di un’antica e perpetuata civiltà.
Ma non risponde.
Non ancora almeno.
Sposta lo sguardo verso i mattoni del marciapiede, e un uomo che passeggia dall’altra parte della strada.
"Si." Sussurra alla fine. "Si, mi dice qualcosa. Venite dentro."

Si volta senza guardarci e percorre in poche falcate il vialetto che conduce a casa sua.
E’ arredata bene, noto non appena siamo all’ingresso.
Le case delle basi militari sono tutte identiche fra loro. Piccole. Banali. Ma funzionali. A meno che tu non abbia due figlie dal carattere completamente opposto e la voglia di arredare la propria stanza secondo il proprio gusto.
Le litigate con Melissa erano all’ordine del giorno.
"Accomodatevi." Ci indica un divano in pelle al centro del salone. Si toglie la giacca e la getta su un attaccapanni accanto alla porta.

"Volete un caffè?"

"No." Risponde Mulder. Deciso.

A quanto pare non ho voce in capitolo in questa storia.

Lei annuisce. "Bene." Sussurra e si accomoda su una poltrona di fronte a noi.

"E’ lei che ha cancellato le e-mail dal laptop del tenente Ruper?"

"Si. Sono stata io." Sospira e si sporge con il corpo, quasi volesse tendere le mani. Ma le sue mani sono lì. Le braccia sulle ginocchia. E le dita nervosamente intrecciate.

"Cosa accadde quella notte, capitano Rice?"

Si prende del tempo per rispondere. Lo sguardo basso. E quando lo rialza, posso vedere le lacrime puntellare i suoi occhi. Uscirebbero se lei lo permettesse.
Un’immagine che non avrei mai pensato di vedere sul suo volto.
"Bates ed io dovevamo uscire insieme. Nulla di complicato, solo un paio di birre, per parlare un po’. Avevamo avuto tre settimane massacranti, senza la possibilità di pensare a noi."

"Lei e… e il tenente Ruper avevate una relazione?" Chiedo con un po’ di esitazione.

Per un attimo mi sembra che lei e Mulder abbiano tanto in comune. Tutto quel dolore e quella rabbia repressa…

"Più o meno. Era complesso. Nulla di veramente ufficiale." Si passa la lingua sulle labbra per riprendere il controllo. "Sono arrivata a casa sua alle 9:30 di sera. Un po’ in ritardo, ma il capitano Crowford mi aveva trattenuta. Ho bussato, ma, non vedendolo arrivare, ho aperto con la mia chiave. E l’ho visto. Era a terra, in una pozza di sangue. E… con una pallottola nel cranio." Deglutisce e dischiude le labbra per prendere fiato. Lancio un’occhiata a Mulder. E’ attento. Assorto. Attratto. "All’inizio non sapevo che fare, ma non potevo permettere che qualcuno scoprisse quelle e-mail. Così ho scritto a Frank, le ho cancellate e sono andata via."

"E nessuno l’ha vista entrare o uscire dalla casa?"

"Sono stata fortunata. Forse era l’ora. O forse era sabato. O non lo so… Come diavolo avete fatto ad arrivare a me? Perché indagate sulla morte di Bates? Voi non sapete in che guaio vi state cacciando." Eccole lì, tutte le emozioni. In un gorgo oscuro che arriva fin nelle profondità dell’anima. Della sua. E delle nostre.

"L’agente Mulder ha trovato alcune lettere. Scritte da suo padre a sua madre, dal Vietnam." Sussurro e vedo i suoi occhi sgranarsi.

"Come diavolo…"

"Attraverso quelle lettere siamo risaliti ai fatti del novembre del ’73, quando Frank Ruper sparì misteriosamente."

"Perché siete interessati a lui?"

"Perché la sorella dell’Agente Mulder sparì quello stesso giorno, quello stesso anno, e riteniamo che… che possa essere stata rapita dagli alieni." Sono esitante, quando lo sguardo di Bentham si sposta da me al mio partner.

Ma nei suoi occhi vedo consapevolezza. Certezza.
Verità.
"Chi è Hugh Eamon, capitano?" La voce di Mulder è roca e profonda, quasi stesse trattenendo le lacrime anche lui.

"E’ Frank Ruper."



***

Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 07,00 pm
Sabato

Non immaginavo di vederlo nella mia camera. In realtà non immaginavo proprio nulla. Solo le ore di sonno che mi aspettavano, mentre ero sotto il getto caldo della doccia. Una delle migliori sensazioni degli ultimi giorni.
Invece eccolo lì, seduto sul mio letto. Camicia fuori dei pantaloni. Scalzo. Cravatta e scarpe finite chissà dove nella sua stanza. E sguardo assente che fissa il pavimento.
Mi aspetta una grandiosa serata.
"Mulder?" Mi avvicino a lui stringendo l’accappatoio attorno al mio corpo. "Cosa fai qui?"

Perché non ho indossato il pigiama?
Risposta: perché non sapevo che il mio partner mi attendesse sul mio letto.
Bene.
"Mulder?"

"Sono stato uno stupido, Scully. Uno stupido."

Quando alza lo sguardo, è come ricevere un pugno inaspettato nello stomaco. Un pugno che si contorce e ti impedisce di respirare.
Una questione meccanica. La scatola toracica si espande e si rilassa, aiutata dal diaframma.
Ma qualcosa le proibisce di farlo.
"Ho cercato mia sorella per tutta la vita, ma non l’ho mai cercata dove dovevo."

"Non potevi sapere di questa storia."

"Si, si, potevo."

Si alza frettoloso, e lo vedo stendersi all’indietro, socchiudendo gli occhi per riaprirli subito dopo. Il suo sguardo mi evoca brutte sensazioni. Allora, io morivo di cancro e lui mi puntava una pistola contro. Ho ancora i brividi.

"Non ho mai fatto nulla di buono." Balbetta.

E inizia a muoversi lungo la stanza. Senza una direzione. A segmenti spezzati senza angoli e senza senso.

"Questo non è vero."

"Cosa ho fatto Scully? Cosa?" Ha alzato la voce, ma i suoi occhi sono arrossati e le lacrime luccicano alla luce dell’abatjour acceso. "Mio padre mi odiava. E invece di rimanere accanto a mia madre, di capirla, di cercare… forse avrei potuto trovare prima quelle lettere, avrei risparmiato a tutti… ma non è stato così. Dio che stupido!" Si porta le mani alla testa e se le passa frenetiche fra i capelli. "Che stupido."

"Mulder…"

"E adesso è andata via anche lei. Se ne è andata, Scully. Mi ha lasciato da solo. Sono da solo. Solo, Scully… sono da solo."

"Non sei solo." Cerco di fare un passo verso di lui. E un altro. E un altro ancora.

"Si, si invece!" Riesco a sfiorargli il braccio. E’ caldo.

E trema come se una scarica elettrica a basso voltaggio stesse percorrendo ogni centimetro della sua pelle. Non è così pericolosa da bruciarti, ma la senti perché tu possa arrivare ad intossicarti.

"Mulder, ascoltami." Gli afferro le braccia e lo faccio voltare verso di me. "Ascoltami," ripeto. E vedo i suoi occhi posarsi umidi sui miei. Ha l’aria di uno che non sa più chi è, e temo che sia proprio questa la realtà.

L’unica verità che non avrei mai voluto scoprire.

"Da quando è morta tua madre… da tutta la tua vita, non hai fatto altro che correre, senza fermarti veramente a riflettere… sulla tua vita, su quello che vuoi fare, su chi vuoi essere…" Mi rendo conto di star dicendo cose senza senso. O almeno mi sembrano tali. Ma i suoi occhi che mi implorano un po’ di tregua, mi impediscono di ragionare e dire cose sensate. O così credo io.

"Io non lo so." Mi risponde. La voce gli trema, e impasta parole che capisco a stento.

Non tenta neppure di trattenere le lacrime. Scorrono sulle sue guance tremendamente lente. Come rigagnoli di un fiume che sta per prosciugarsi per sempre.

"Non lo so."

Le sua braccia si abbandonano inermi lungo i fianchi e si lascia cadere sul letto. Non posso vederlo così.
Mi siedo accanto a lui e gli copro le sue mani intrecciate con la mia.
Ho sempre amato le sue mani. Le fisso spesso in ufficio, quando so di non essere notata. Mentre sfoglia un file, o mentre batte frenetico sulla tastiera del computer.
"Non so più niente, Scully." Deglutisce vistosamente. "Non ho più nessuno."

All’improvviso sento un bruciore all’altezza dello stomaco. Sono giorni che sento la sua solitudine invadere le nostre vite. Pensavo di poter fare qualcosa. Pensavo di essere qualcosa. Ma… non è il momento di pensarci. Non ora.

"Mulder…"

S’inclina verso di me, intrattenendosi un attimo sulla mia spalla, e proseguendo oltre. Sento il suo fiato sul collo, e le sue lacrime che mi bagnano la pelle.
Trattengo il respiro.
E’ stupido, lui è il mio partner, il mio migliore amico. Eppure rimaniamo entrambi immobili. Le mie braccia cadono sul materasso, e percepisco appena la trama della coperta graffiarmi la pelle delle dita, quando le sue mani mi raggiungono i fianchi e arrivano a congiungersi sulla mia spina dorsale.
"Mul…" Il fiato mi muore in gola, mentre il mio partner fa passare la lingua sulla pelle del mio collo e mi trascina sul letto.

E siamo stesi insieme, lui su di me, e la mia gamba tocca qualcosa sul cavallo dei suoi pantaloni che, so per certo, non sono le sue chiavi.

***

Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 06:30, am
Domenica

Le nebbia si dirada lentamente, distendendosi su una superficie di incoscienza pura e sensazioni incontaminate che si disperdono nell’aria.
I miei ricordi esplodono come sogni, tempestivi nella mia coscienza. Mentre sollevo lentamente le palpebre e la luce ghiacciata del sole filtra debolmente dalle imposte della stanza.
Non so quando mi sono addormentata. Ma è stato un sonno strano. Quasi irreale. Quasi che non fosse sogno, ma una realtà. Un realtà diversa di cui resta solo cenere. Cenere di parole morte.
Le lacrime si sono seccate sulla pelle del mio viso, incrostazioni che hanno ricoperto la mia anima. E pure, tento di mettermi a sedere, ma tutto ciò che ottengo sono i miei occhi fissi sul soffitto, ad osservare le ombre dei rami che si muovono sul soffitto.
La neve sta cadendo lentamente e folate d’aria gelida smuovono la vita che c’è fuori. Fuori. Mentre io sono qui. Dentro.
Non posso rimanere distesa su questo letto. Non posso rimanere ad ascoltare l’odore del nostro sesso mischiato all’aria stantia della notte. Non posso rimanere a sentire l’umido della coperta sotto le mie gambe.
Sarebbe tutto inutile.
Quando finalmente mi alzo, per un attimo penso che il mio corpo non possa reggere il peso delle mie gambe.
E’ come se una lama mi avesse squarciato l’intestino. E avesse continuato a spingere. E a spingere. E a spingere. Fino a che il dolore si è mischiato al piacere. E il sangue allo sperma che fluttuava da lui.
Una doccia.
E’ tutto quello che mi serve. Che la doccia si porti via le macerie della peggiore notte della mia vita. O della migliore.
Penso che lo siano entrambi.
Non ho il coraggio di guardarmi, mentre lascio che il getto di acqua bollente si scotti la pelle. I capelli legati perché non si bagnino. E perché quell’odore, ancora, in qualche modo, possa rimanere con me.
La cosa che mi fa più male è che…
Mi ha fottuto letteralmente il cervello, perché nasconderlo. Mentre era dentro di me, volevo solo che non smettesse, che continuasse all’infinito. Che continuasse a farmi venire, che continuasse a spingere, senza fermarsi. Eppure. Eppure sentivo i suoi gemiti uscirgli dalla gola, e pensavo che non doveva andare così.
Una lacrima esce dall’angolo dei miei occhi e si mischia tra l’acqua della doccia.
Basta, Dana. Smetti di fare la bambina.
E’ evidente che è stato uno sbaglio. Non poteva essere altrimenti. Credi veramente che Mulder provasse qualcosa mentre ti sbatteva su quel materasso. Pensi davvero che lo facesse perché ti ama fino alla follia e non desiderasse altro, come te?
No. Certo che no.
Dovevano arrivare al culmine. Tutte quelle emozioni represse in venticinque anni di patimenti, masturbazioni mentali e sensi di colpa. Dovevano ingrossare un pene in erezione e svuotarsi nella prima persona che avrebbe incontrato.
Me, c’era da immaginarselo.
Era ovvio che dovesse accadere. Niente amore. Solo sesso. E’ la regola della vita, prima o poi.
Basta pensarci. Ho un caso da risolvere.
Chiudo l’acqua della doccia e mi avvolgo un asciugamano intorno al corpo. Mi impongo di non vedere il letto sfatto e mi vesto in fretta. Rimettermi il mio tailleur nero mi fa sentire meglio. E’ come rientrare in me stessa, nella mia vita e nelle mie abitudini. Come fare un passo indietro e, in qualche modo, porre l’immediato passato in un posto molto più lontano all’interno dei miei ricordi.
O così mi piace pensare.
Fuori ha continuato a nevicare tutta la notte. La neve che orla le strade, di un timido bianco che non ha colpe, mi strappa un sorriso, mentre apro le tapparelle della finestra e sbircio fuori.
Il cellulare.
Mi volto di colpo, cercando di individuarlo nella stanza. E lo squillo insistente mi conduce a lui, placidamente adagiato sul legno scarno della scrivania.
"Agente Scully." Rispondo frettolosa, ma la voce mi esce più roca di quanto volessi. Come se mi fossi appena svegliata, o avessi trascorso la notte a versare tutte le mie lacrime su un cuscino di uno squallido motel di periferia.

"Sono il capitano Rice. Si sente bene?"

"Si, certo." Ma il mio tono pare incerto. Anche a me.

Mi sento bene davvero?

"Ieri sera ho prenotato un volo per noi tre. Parte fra un paio d’ore. Avrei dovuto avvertirvi immediatamente, ma ho dovuto insistere con il capitano Crowford. Non voleva concedermi una breve licenza. Spero che non ci siano problemi."

"No." Rispondo troppo in fretta.

Una breve pausa di silenzio. "Bene. Vi passo a prendere con la mia macchina?"

"No." Sussurro brusca. "No, abbiamo una macchina a noleggio. Ci vediamo all’aeroporto."

"Perfetto. A dopo."

Rimango con il cellulare attaccato all’orecchio ben oltre la fine della comunicazione.
Devo avvertire Mulder. E suppongo che mi stia venendo un’ulcera.
Apro la finestra, e sospiro a lungo l’aria fredda che entra da fuori. Qualche fiocco ribelle si posa sul pavimento della stanza, sospinto dal vento gelido che farfuglia nel cielo. Ma non riesce a congelare le dure sensazioni che provo, se penso che devo muovermi da lì, andare dal mio partner e avvertirlo.
Potrei telefonargli, ma sarebbe stupido. E infantile. E patetico. Non possiamo nasconderci in eterno, e prima affrontiamo da adulti responsabili e civili la situazione, meglio è.
A volte vorrei semplicemente fermarmi a contemplare il tempo che scorre accanto a me.
Sospiro, chiudo la finestra e mi avvio a passo posato verso la porta comunicante.
Ieri sera non ho avuto il coraggio di vederlo andar via. Mi sono limitata ad ascoltare la serratura che veniva chiusa. Ed è stato sufficientemente schifoso.
Quando entro nella stanza la luce gelida del mattino e il puzzo stantio sono le prime cose che avverto. Ma poi lo vedo.
E’ disteso sul letto, apparentemente immobile. Ma so che è sveglio. Vedo la luce dei suoi occhi che sussurrano dal cuscino. La testa sprofonda sul cotone privo di qualità. Mi chiedo se riesca a respirare in quella posizione.
"Va via." Il suo sussurro roco si sente appena. "Va via." Ripete.

Ma faccio un passo in avanti. Non perché possa arrivare a toccarlo, ma abbastanza perché sappia che non ho intenzione di uscire da qui.

"Ti ho detto di andare via!" Alza la voce, mentre sposta la testa sul cuscino. La luce dalla finestra lo colpisce e socchiude gli occhi per abituarsi alla sua intensità.

"Dobbiamo parlare." Mormoro. La voce più fredda di quanto volessi o sperassi.

"Non c’è nulla di cui parlare."

"Si, invece."

"La pistola è là, usala." Percepisco appena il cenno verso il comodino. La sua ventidue ha il manico rivolto verso il letto.

"Non dire idiozie."

"Porca puttana, USALA! SPARAMI, MALEDIZIONE!" Urla, rizzandosi sul letto.

Devo chiudere gli occhi e respirare a fondo per non reagire. Mi volto, e lascio che il mio sguardo vaghi verso le tapparelle aperte di fronte a me. Il cadere ritmico e furioso della neve mi calma.

"Ha appena chiamato il capitano Rice. Dobbiamo essere all’aeroporto fra due ore."

Silenzio.
Ma poi sento il cigolio del letto e alcuni passi dietro di me.
Non ho il coraggio di voltarmi e guardalo in faccia, così che mi giro e cammino fino alla porta, sostando accanto ad essa, la mano sulla maniglia con l’intenzione di uscire da lì.
Lo vedo muoversi verso il bagno. Il suo sguardo basso che guarda ogni cosa eccetto me o la mia stessa ombra che si allunga sul pavimento.
I pantaloni e i boxer ancora abbassati, posso vedere lo spettro di un’erezione che cerca conforto. Come se quello che ha ricevuto non sia sufficiente.
Rimango a fissare la sua schiena, e la porta del bagno che viene chiusa alla sue spalle. E solo allora mi concedo di andare via.
***

Mirror Lake, Montana
Casa del Capitano Rice
Ore 12,00 am
Sabato

Non so cosa dire.
Scully si è voltata verso di me. Sorpresa. Ma ormai non mi sorprende più nulla. Neanche la stupefacente rivelazione che Frank Ruper è vivo e, chissà, anche Samantha potrebbe esserlo.
Da qualche parte.
"Vivo?"

Ben annuisce lentamente.

"Bates l’ha scoperto tre anni fa. Poco dopo la morte di mia madre, sua madre e mio padre. Eravamo usciti da poco dall’accademia. Viaggiavamo su una portaerei nel Pacifico, quando ci arrivò la notizia. Prima c’è stata sua madre. Infarto dissero. Dopo qualche giorno, ci furono i miei genitori. Era una dannatissima coincidenza, no?" Si passa una mano davanti agli occhi per impedire ad una lacrima di caderle sul viso. "Ma eravamo giovani, e fiduciosi del mondo." Si ferma un attimo. "Lui si presentò al cimitero. Bates rifiutò di crederci, ma poi lui gli raccontò tutta la storia. Di come si fosse risvegliato in un campo di concentramento di Hanoi cinque mesi dopo la scomparsa, senza sapere cosa gli fosse accaduto. Di come sia rimasto lì fin dopo la fuga degli Americani da Saigon. E di come si stato rapito nuovamente, per risvegliarsi, qui, negli Stati Uniti, nella April Base, in California. Tania sapeva. E così mio padre e mia madre. E sapevano che cercavano Frank, che gli davano la caccia e che era costretto a nascondersi. Li contattò due anni e mezzo dopo la sua scomparsa." Ben deglutisce vistosamente e si inumidisce le labbra. Non deve essere facile portare alla luce ricordi del genere. "Trascorse tre anni in Canada, dove cambiò nome e cercò di ricostruirsi una vita… anonima. Poi ritornò negli Stati Uniti e rimase in contatto con i miei e con Tania. Tre anni fa… mio padre lo avvertì che sua moglie era stata uccisa, ma non fece in tempo ad arrivare e salvare anche i miei genitori. Fu allora che si rivelò, e ci raccontò ogni cosa."

"Vi raccontò… degli altri rapiti?" Mulder sta sprofondando in un baratro pericoloso.

Lo sento.
E’ un forte presentimento, mischiato alla tensione dei nostri corpi e alla fretta dei nostri respiri.
Inizio ad avere paura.
"Ci disse che al risveglio ad Hanoi trovò i suoi uomini. E che in California c’erano altri rapiti. E che altri ancora erano morti. Ma non so di più. Non ci ha mai parlato di una bambina, Agente Mulder."

Il mio partner deglutisce vistosamente e abbassa lo sguardo. Si aspettava una risposta diversa, e, in tutta sincerità, me l’aspettavo anche io.

"Forse c’era, ma Frank non ve ne ha parlato." Suggerisco.

"Forse. Dovremmo chiederglielo."

"Dove si trova ora?"

"Ad Hammond, in Illinois, vicino Chicago."

***

Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 06:40, am
Domenica

Vi presento Fox Mulder, campione pervertito di stupidità.
Se ieri sera non fossi stato troppo stanco, lo avrei fatto io. Mi sarei infilato la canna della pistola in bocca e avrei premuto il grilletto. Bam! Dal basso verso l’alto. Un solo colpo. Bam! E il mio cervello si sarebbe spappolato sulla parete, senza che nessuno potesse farci più niente.
E invece, no. No, ovviamente. Che cazzo dovevo fare? Ovvio. Eccitarmi contro il materasso. Fin dal momento in cui sono stato svegliato dai suoi movimenti, dall’altra parte del muro. Il suono modulato della sua voce me lo ha fatto diventare duro all’istante. E il suo profumo, non appena ha messo piede nella stanza.
Ma mi rifiuto di strizzarmelo sotto la doccia. Lì deve stare, e soffrire. Anche a costo di stritolarmelo dentro un paio di jeans. Me lo merito, porco bastardo!
Che cazzo ho fatto?
Si, ecco cosa ho fatto. Ho pensato con l’uccello e non con la testa. Tipico. L’unica cosa buona che mi era rimasta su questa terra e me ne sono reso conto solo mentre venivo dentro di lei. E tutti quei discorsi idioti sulla solitudine. Che cazzo erano? Ora sono solo. Una merda sola che non meriterebbe di vivere un istante in più di questa vita.
Se lei volesse chiedere il trasferimento, alla fine di tutto, non la biasimerei. Anzi, me lo meriterei. Finirei i miei giorni a commiserare me stesso, a rinchiudermi da qualche parte in attesa della fine.
L’acqua della doccia inizia a diventare fredda. Da quanto sto qui a pensare?
Beh... Il ghiaccio è tutto ciò che ci vuole alla mia pelle in fiamme. E’ tutto quello che mi merito.
Fingo che l’acqua sulle mie guance non siano lacrime. Che siano gocce d’acqua del rubinetto.
Non l’avrò più tra le mie braccia. Non potrò più sfiorarla, nemmeno per un bacio furtivo sulla guancia.
Sento un forte dolore all’inguine e il mio pene che inizia lentamente a ritornare al suo posto.
Tanto meglio.
Mi sfrego il viso con l’acqua gelida e chiudo il rubinetto. Apro l’anta della doccia, afferro un asciugamano che mi metto attorno ai fianchi ed esco dal bagno.
Perché doveva succedere così?
***

Mirror Lake, Montana
Motel ‘Carter’
Ore 07:25, pm
Sabato

Immobili.
Lo shock coinvolge entrambi in un’estasi di sorpresa, silenzio e tensione. Sono lì. Stesi insieme su un materasso color pisello. Mulder, mastodontico nella sua taglia, sovrasta la sua partner minuta e in accappatoio.
"Muld…" Cerca aria per parlare, ma tutto ciò che ottiene sono sensazioni di piacere e paura che le attraversano la spina dorsale per irradiarsi in tutto il corpo.

Lui piange ancora, in singhiozzi spenti che si affievoliscono poco a poco, per lasciare rade lacrime che le bagnano la pelle.
Tenta di muoversi, ma ogni percezione è annullata dal suo peso. Mulder è il triplo di lei, e fa valere la sua stazza per ancorarla al materasso e dischiuderle le gambe.
Scully boccheggia in cerca di ossigeno, ma lui non le permette neppure quello. Sono troppe le sensazioni che sente, e ognuna di esse è ugualmente sbagliata in quell’istante. Sente un roco mugolio salire dalla gola del suo partner e il suo pene duro contro la coscia parzialmente coperta di spugna bianca. E, Dio l’aiuti, mugola anche lei e inizia a sentirsi bagnata.
"Mu… -- der." Ma lui spinge ancora e la zittisce. Vorrebbe sciogliersi dal suo abbraccio e permettere al suo torace di alzarsi e abbassarsi velocemente, al ritmo del suo cuore. Ma il suo cuore accelera e il suo torace è compresso dal suo partner.

Lo sente muoversi.
Non ha idea di cosa stia facendo, se non quando sente la cintura del suo accappatoio sciogliersi. Serpenti bianchi che si adagiano inermi sul copriletto, seguiti da lembi scostati del medesimo colore. Se non quando sente la sua pelle fremere, esposta al freddo della stanza. E a lui.
Lo guarda sollevarsi appena e fissare il suo seno scoperto. Sa di avere i capezzoli eretti. E la sua pelle ha assunto striature rossastre. Ma lui non la guarda. Nega ai suoi occhi di fissare quel blu intenso che supplica uno sguardo.
No.
Non la guarda.
Scully deglutisce, e cerca trovare aria sufficiente per respirare. E trovare la forza per scansarsi e cacciarlo via. Ma è impossibile. Lei sa che è impossibile.
Si limita a guardarlo. E vede i suoi occhi vacui continuare a fissarla. Ancora. Minuti infiniti. Fino a che non si porta una mano alla patta dei pantaloni. Dana Scully riesce a sentire solo l’eco del suo respiro e la zip dei pantaloni che viene abbassata. Mulder non si scomoda. Abbassa i boxer il necessario perché il suo cazzo grosso e purpureo emerga rigoglioso. E si fletta doloroso come un’asta di metallo appuntita.
Scully sgrana gli occhi, ma non ha il tempo di assimilare una simile visione, perché sente il cigolio del materasso che si flette, un calore intenso e un fuoco, non appena inizia a penetrarla.
E’ doloroso. Una sensazione di estasi che le percorre ogni angolo dell’anima, mentre sente la sua asta sprofondare nel suo sesso.
Espira un’aria che non sapeva di trattenere e volta il capo verso la porta, allargando le gambe, aggrappandosi alle sue spalle, e lasciando che compia la sua opera.
Mulder non sa cosa prova. Sente solo in testicoli in fiamme ingrossarsi ad ogni spinta, mentre il suo cazzo le percorre ogni sentiero intenso. E’ stretta. E calda. Ma lui continua a spingere. Spinge e spinge ancora. Diventando furioso ad ogni spinta. Sentendo qualcosa rompersi dentro di lui. Aumentando il ritmo. Ancora. Ancora.
Il letto balla insieme a loro.
Ma a lui non interessa di farle male.
Non è ancora abbastanza.
Le spalanca le cosce e si immerge fino a sentire le sue urla. E continua ad urlare. E a spingere, mentre l’ossigeno esce furioso dalle sue narici.
La sua umidità gli circonda il pene. Lo spinge in profondità. Sempre di più.
Spappolandole la ragione.
E quando sente le sue pareti interne stritolargli il cazzo, perde qualsiasi barlume di lucidità. E spinge più forte, fino a sentire l’inguine indolenzito. I testicoli tirare. E un fiume esplodere dalla punta del suo pene. Dentro di lei. In profondità.
Poi tutto tace.
Mulder rimane immobile, perché possa riprendere fiato. Ma sa di non poter rimanere a lungo. Si sente le gambe molli e la stanchezza serpeggia su di lui, socchiudendogli le palpebre.
Ma non può restare lì.
La consapevolezza del gesto si è fatta strada nella foschia che ammorbava il suo cervello, nel momento stesso in cui si riversava dentro di lei.
Non può rimanere lì.
Si solleva lentamente, sentendo il materasso cedere sotto il suo peso. Ma non la fissa. Non può.
Si limita a guardare in basso. Lì dove loro sono una cosa sola.
Un androgino corpo costretto a separarsi.
Vede. I suoi riccioli rossi e umidi.
Vede. Il suo cazzo emergere lentamente. Centimetro dopo centimetro dal suo centro. Venir fuori privo di sensi, come un cadavere senza padrone. Abbandonare il nido di calore violato e adagiarsi, sporco di sperma.
Non può rimanere lì.
Scivola lungo il copriletto verde pisello e si rimette in piedi, alla base del letto.
Non può guardarla.
Non può rimanere lì
Osserva il suo corpo immobile.
Il torace di Dana Scully si abbassa e si alza frettoloso, ballando insieme ai suoi seni perfetti, assieme al suo corpo latteo che scorre in basso. Le gambe oscenamente aperte, i suoi riccioli scuri e il suo sesso esposto perché tutti possano vedere lo scempio, si chiudono lentamente. Scully si volta languida, allontanandoli da lui e coprendoli con i lembi dell’accappatoio. E rimanendo immobile, impedendosi di vederlo e lasciando che il suo respiro si acquieti con calma.
Lui si muove, cercando di cancellare quella vista dai suoi occhi.
Inutile e senza senso, apre la porta comunicante e la chiude alle sue spalle. E quando lo fa, capisce di aver fatto il più grosso errore della sua vita.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:48 pm    Oggetto:  
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PARTE NONA: SPERANZE



Chiacago, Illinois
Aeroporto Internazionale
Ore 10,00 am
Domenica

Il capitano Rice ci guarda in cagnesco da quando ci siamo incontrati. Ci ha guardati in cagnesco mentre attendevamo che lo speaker annunciasse il nostro volo. E lo ha fatto per tutta la durata della traversata. Guardava me che fissavo le nuvole oltre il finestrino. E guardava Mulder che fissava le pareti bianche dell’aereo. E poi riguardava me. E riguardava Mulder. Senza riuscire a capire che stesse succedendo.
Non lo capisco neanche io.
So solo quello che ci siamo detti in macchina, mentre raggiungevamo l’aeroporto di Mirror Lake. Meglio, quell’unica frase che ho detto io. Mentre imboccavo la statale.
"Quello che è accaduto questa notte… è successo, e basta. Non pensiamoci più e concentriamoci sul caso."

E lui si è limitato ad annuire senza osare alzare gli occhi e guardarmi in faccia.
Solo che… non riesco a togliermi dalla testa quel turbine di sensazioni che mi devastavano quando lo sentivo muoversi dentro di me.
Ne sento la mancanza.
E comunque. Se non altro ho la certezza che non farò più sesso in vita mia, con nessun altro che non sia lui. Non che fino ad oggi non abbia condotto una vita casta e pudica.
"Dobbiamo affittare un’automobile." La voce di Bentham mi distrae, attirando il mio sguardo verso di lei.

Questa donna è una continua scoperta. Non riesco a capire che persona sia.

"Hammond non è lontana. Un paio d’ore di viaggio." Continua.

Mulder è impegnato ad osservare il tabellone luminoso che annuncia i voli in partenza e arrivo.

"Agenti?"

"Si, ha ragione." Ben annuisce sconcertata.

"Per lei va bene, agente Mulder?"

Ma dubito che il mio partner stia ascoltando.

"Anche per lui va bene." Rispondo al suo posto. La sua schiena coperta dal cappotto scuro non accenna ad alcun movimento.

Sorprendente ma vero, qui non nevica, anche se il freddo è ancora più pungente che in Montana.

"L’agente Mulder ha perso la voce?" Chiede lei, con una punta di ironia.

Si, mi ricorda proprio Melissa.

"Non è una buona giornata." Sussurro e riprendo a camminare verso l’uscita dell’aeroporto. Il capitano Rice è accanto a me e spinge il carrello con le nostre valige.

Con la coda dell’occhio vedo il mio partner attardarci a seguirci, fino a che è certo che non possa vedere il mio volto.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 12,00 am
Domenica

Non mi aspettavo una casa del genere. Pensavo più alla vecchia soffitta di un condominio. Buia e piccola. Nel quartiere malfamato della città. Anonima, silenziosa e poco appariscente. E invece, ecco una casetta coloniale, nel mezzo di una distesa vasta e disabitata di campagna ghiacciata dal freddo.
Non so quanto questo ragionamento possa valere. Magari per una qualche legge statistica o contraddittoria, vivere in questo posto è più sicuro che confondersi nella marmaglia urbana dei sobborghi.
Quando ero ad Oxford pensavo di rendermi anonimo in mezzo ai biondi studenti inglesi, invece l’unico Yankee del corso è arrivato primo in graduatoria.
Non riuscirò mai a capirla, la vita.
Bentham ha parcheggiato in un vialetto coperto di foglie morte e umide ed è uscita immediatamente a controllare che la situazione fosse sotto controllo.
La vecchia casa in legno ha la porta chiusa e le imposte delle finestra sbarrate. Sembra che non ci sia nessuno.
"E’ sicura che il signor Ruper sia qui?" Scully si è avvicinata al capitano Rice e le ha parlato con la sua voce ferma e rassicurante che mi fotte letteralmente il cervello. Forse un po’ roca per il freddo.

Scully l’ha sempre odiato.

"Penso di si."

Mi tengo lontano dalla conversazione. Mi siedo sul cofano della macchina e lascio che le loro voci si mischino con il silenzio dell’aria. La strada principale è almeno ad un miglio da qui. Ci siamo addentrati in un percorso accidentato senza asfalto che ci ha condotti a questa casa.

"Pensa?"

"Sono venuta qui solo una volta, ma le posso assicurare che la casa è questa."

"Da quanto tempo non sente il signor Ruper?"

"Cinque mesi." Ben si volta verso la mia partner e le si avvicina. Mi piace quella donna. "Ci siamo scritti per un po’, dopo la morte di Bates." La sua voce si incrina. Forse mi piace perché in lei rivedo me stesso, o quello che vorrei essere. Il dolore e la rabbia per aver perso qualcuno e qualcosa, strappato via dalla follia senza scrupoli e coscienze. Ma lei non si è lasciata vincere dalle emozioni. Io si. "Ma poi diventava troppo pericoloso mantenere i contatti. Frank temeva per la mia vita, così decise di non scrivermi più."

"Quindi lui non sa che stavamo arrivando."

"Non ho avuto modo di avvertirlo. Possiamo aspettarlo dentro." Lascia Scully e si avvia verso il portico che si antepone alla facciata della casa.

"Ha la chiave?" Scully le va dietro di qualche passo.

Bentham fruga sotto un’asse dimessa del pavimento, accanto agli infissi della finestra.

"Frank usa ancora vecchi metodi per le chiavi di riserva." Tira fuori una piccola chiave di bronzo scuro. "Non si è mai fidato a spedircela. Temeva potesse finire nelle mani sbagliate." La serratura fatica a scattare, ma alla fine la porta si apre con sinistro cigolio delle congiunture.

"Entriamo?"

***

Verso Hammond, Illinois
Ore 11:15 am
Domenica

Quest’atmosfera non mi piace. Odio quando la tensione circola nell’aria e inizia a soffocare chiunque la respiri. E odio non poter fare niente per questa tensione.
E’ evidente che è accaduto qualcosa.
Non che non abbia notato lo sguardo di lui. Una via di mezzo fra un cucciolo addormentato e indifeso e un cane rabbioso. Ma da questa mattina le cose sono peggiorate.
Mister Armani non osava sollevare lo sguardo da terra o dal soffitto. Suppongo abbia imparato a memoria ogni trama della moquette dell’aereo e del soffitto dell’aeroporto.
La piccola rossa non sembra sapere che pesci prendere. Guarda lui, poi smette di guardarlo e tenta di ancorarsi alla realtà.
Quando li ho incontrati la prima volta pensavo di averli inquadrati, anche se non riuscivo a comprendere appieno il comportamento di distacco e affetto che li univa. Ma ora ogni minima teoria che il mio cervello può aver formulato è stata spazzata via.
Deve essere accaduto qualcosa. E’ evidente.
La mia copilota, nel sedile accanto, è assorta nella lettura dello stradario dell’Illinois, ma posso vedere fin troppo bene che il suo sguardo non sta guardando assolutamente niente. Entra ed esce dalla sua dimensione, e quelle rare volte in cui approda sul pianeta terra lo fa per fissare dallo specchietto retrovisore la tetra figura che copre il sedile posteriore, dietro al mio. Figura che, ovvio, non intende minimamente ricambiare il suo sguardo. Perché dovrebbe farlo? Il grigiore della statale sembra molto più interessante di due occhi azzurri che ti fissano.
La cosa divertente è che conosco troppo bene i loro sguardi, e mi evocano ricordi che fanno troppo male perché possano riaffiorare così facilmente.
Butto un’occhiata ai cartelli e vedo che mancano pochi kilometri ad Hammond città. Ancora qualche metro e potrò svoltare verso la casa di Frank.
***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 07:30, pm
Domenica

La notte è scesa placida sulla campagna dell’Illinois, silenziosa e fredda. Oscura. Vivendo in città, si dimentica quanto possa essere nera la notte. Lì ci sono lampioni, luci di case e fari di automobili. Qui solo la luna, le stelle e un lampioncino sul portico in legno.
Di Frank Ruper ancora nessuna traccia.
"Lo sa che si prenderà un malanno se resta qui fuori?" La voce calma di Ben mi raggiunge con una nuvola di vapore che si disperde attorno.

Ma avevo bisogno di aria.

"E’ una bella serata." Rispondo invece. Dentro c’era Mulder seduto immobile sul divano. Era troppo vederlo lì e far finta di niente.

"Si ghiaccia." Si sfrega le mani e si siede accanto a me sui gradini del portico. "Odio il freddo." Aggiunge poi, in un tocco di simpatia e umanità.

Le sue parole mi strappano un sorriso.

"Anche io." Mormoro. Accuccio le mani lungo i fianchi perché possano prendere un po’ di calore.

"Non mi aspettavo che foste così." Esordisce lei.

Averla accanto, in silenzio per qualche istante, stava diventando calmante. Era una bella sensazione. Ma anche parlarle deve esserlo. Beh, lo suppongo. Non ha nulla di quel tono irrisorio e gelido dei primi giorni. Tolta la divisa.

"Così come?" Mi volto a guardarla, e, per la prima volta, mi rendo conto di quanto sia giovane. I capelli nerissimi le cadono armoniosi sulla spalle. Un piacevole contrasto con il suo incarnato pallido.

"Così poco stronzi." Mi disarma, e non posso fare a meno di ridere. Piano, ma, signori, sto ridendo. "Ho visto una coppia di agenti, una volta, che avrei preso volentieri a schiaffi."

"Dipende." Mi limito a rispondere.

"Oh, si. Se uno è stronzo è stronzo."

Un’altra risata. Definitivamente, mi sta facendo bene questa conversazione.

"E lui?"

"Chi?"

"Il modello con il broncio che si porta dietro. E’ sempre così?"

"Mulder."

Annuisce e si volta a guardarmi. "Mulder." Ripete. Ha occhi sinceri, più di quanto potessi aver mai notato. Ma alcune rughe attorno ad essi contano il dolore che devono aver sopportato.

"Non è un buon periodo."

"Non è una buona giustificazione perché la tratti male."

"Pensa che lui mi tratti male?"

Un’alzata di spalle. "Non conosco i vostri rapporti, ma da quello che ho visto… non c’è dialogo, non c’è relazione, non c’è integrazione, non c’è interazione."

"E’ una psicologa?"

"Per carità, Dio me ne scampi e liberi." Fa un ampio gesto con le mani come per scacciare quel pensiero dalle nostre teste.

"Mulder lo è." Commento.

"Oh."

"Sua madre è morta la scorsa settimana."

Bentham si limita a guardarmi senza parlare. La sua espressione cambia, come se mille ricordi le fossero piombati sugli occhi. Improvvisi, come un’onda che travolge la costa. Inaspettata.

"Mi dispiace." Sussurra roca e si volta verso la strada buia e sterrata di fronte a noi.

La sagoma dell’auto a noleggio è nascosta dall’oscurità.

"Un infarto. Non ha più nessuno." Continuo, e mi volto anch’io a guardare il nulla.

"Ha lei."

"Sono solo la sua collega di lavoro. Una sua amica."

"La sua amica." Puntualizza. E non c’è bisogno alcuno di altri commenti.

Lei ha capito. Almeno credo.

"Non lo so." Mi limito a dire.

E per un po’ sosteniamo il reciproco silenzio.

"Dove avete trovato quelle lettere?" E si volta nuovamente a guardarmi.

"Mulder… le ha trovate a casa di sua madre. Suo padre era coinvolto nei rapimenti. E’ una lunga storia." Mi sfrego le mani per trovare calore e mi giro anch’io verso di lei. "Non ha idea del perché?"

"Perché… cosa? Perché quelle lettere fossero a casa della madre dell’Agente Mulder?" Annuisco. "Non sapevo neanche che esistessero. Si… ho visto alcune lettere che mia madre e mio padre si scrissero nel periodo della guerra, ma non mi sono mai presa la briga di controllarle. E dopo la morte dei miei e di Tania, non ho più pensato di farlo. C’erano altre cose."

Annuisco di nuovo. "Forse volevano nascondere qualsiasi prova dei rapimenti." Riprende. "Anche semplici lettere."

La sua voce si incrina. "Come mai indagate su queste cose?" Ricomincia. Chiude le mani fra loro e vi soffia dentro per riscaldarle. Il freddo sta aumentando. "Insomma, è un’indagine ufficiale dell’FBI o… ufficiosa?"

Sento le mie labbra curvarsi in un breve sorriso. Sapevo che questa domanda sarebbe arrivata. Prima o poi. "La nostra sezione si occupa di queste cose."

"Cioè, di alieni e cose del genere?" Sembra stupita.

"Manifestazioni spettrali, rituali, mostri, ecc, ecc." Ora sembra incredula.

"Vuol farmi credere che nell’FBI c’è una sezione così?"

Annuisco. "Si. Gli X-Files."

"E perché X-Files? Voglio dire… da cosa deriva questo nome?"

"E’ legato al fatto…" Ma le parole mi muoiono in gola, ed entrambe ci voltiamo verso i fari che si avvicinano nel vialetto. Un furgoncino malconcio parcheggia accanto alla nostra auto. Ha la carrozzeria rossa e i vetri sporcati dal tempo.

Il rombo del motore si interrompe all’improvviso. Dal vetro del cruscotto vedo l’ombra di un uomo che ci fissa. Me. E Bentham, accanto a me, che si è alzata in piedi. La portiera viene aperta e chiusa, e un uomo brizzolato e claudicante inizia ad avvicinarsi a noi.

"Oh mio Dio, Ben!" Esclama, e si avvicina per abbracciarla.

***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 07:30, pm
Domenica

E’ troppo bello e troppo penoso ascoltare la sua voce impastata dal freddo. E sentirla ridacchiare e un colpo all’inguine che fa male.
Ho fantasticato centinaia di volte su noi due. Disteso sul mio divano, al buio, con i gemiti provenienti dal televisore. La mia testa volava oltre i confini della realtà, a toccare il sogno e i desideri. In una dimensione in cui lei ed io condividevamo lo stesso letto. Nudi, potevo sentire il suo profumo mentre ero disteso su di lei. E la sentivo ridacchiare, e guardavo i suoi occhi infiammarsi mentre la penetravo lentamente. Quei sogni finivano con me che venivo dentro di lei, la mia mano nei boxer e la nostalgia per qualcosa che, chissà, un giorno, sarebbe anche potuta accadere.
Oh, si. E’ accaduta. E nel modo più dannatamente sbagliato possibile.
Dannazione.
Questo soffitto non è minimamente accettabile.
Ora non mi resta altro che sperare. Sperare che Samantha sia ancora viva, da qualche parte, là fuori. Sperare di ritrovarla e riprendere la mia vita con lei.
Se così non fosse, non saprei che altro fare.
Mi passo una mano tra i capelli e ascolto il silenzio provenire dall’esterno, alternato a sommesse voci femminili. Come una calma melodia di sottofondo.
Mi piace pensare che Scully abbia qualcuno con cui parlare. Ora. E mi piace pensare che quella persona sia il capitano Rice. Non so perché, ma mi è subito piaciuta. Al di là del sospetto, i suoi occhi, la sua espressione, mi hanno colpito. E non solo perché è una bella ragazza. Non vi è nulla di minimamente sessuale nelle mie parole. No. E’ per quello che trasmette. E mi piace pensare che lo stia trasmettendo a Scully.
Non ho osato guardarla per tutto il giorno, e non credo ci riuscirò ora in avanti.
Mi faccio troppo schifo.
Chiudo gli occhi per un attimo, sperando forse che il peso che mi opprime la testa sparisca un po’. Ma quando li riapro, striature dorate zebrano il soffitto del soggiorno e si sente lo strisciare di pneumatici sul sentiero.
E’ arrivato qualcuno.
E faccio appena in tempo ad alzarmi, stirarmi la schiena e voltarmi, che la porta si apre, la luce viene accesa, e un uomo claudicante e capelli brizzolati appare sulla soglia.
Frank Ruper, immagino.
***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 08,00 pm
Domenica

E’ un uomo che non mi aspettavo.
Non so realmente cosa immaginassi. Forse un tizio dallo sguardo indurito dalle troppe esperienze della vita. Un uomo alto, corpulento, e maestoso. Non che Frank non abbia lo sguardo del soldato di trincea, quello sguardo che aveva mio padre quando dava ordini ai suoi sottoposti e lo stesso che vedevo negli occhi dei marines di ritorno da una missione all’estero.
E’ evidente che lui sa. Ma ancora non sappiamo cosa.
Si è sorpreso nel vedere Bentham, e noi con lei. In brevi istanti gli abbiamo condensato gli avvenimenti dell’ultima settimana. E quando Mulder si è presentato –poche parole roche dopo quasi 24 ore di silenzio-, lo ha guardato con cipiglio sorpreso e stupefatto. Annuendo lentamente. Ma non ha detto nulla.
Ha preteso che ci sedessimo, mentre preparava un buon caffè. Non l’acqua calda dello Starbucks, ha precisato, vero caffè, macinato a mano.
E ora siamo immobili con le nostre tazze fumanti tra le mani, mentre attendiamo che Frank Ruper smetta di sorseggiare caffè e inizi a parlare.
"Così… lei è il figlio di William Mulder." Non è una domanda, questo è certo.

Frank posa la tazza sul tavolino e fissa Mulder.

Lui annuisce. "Si. Conosceva mio padre?"

"Non di persona. Ma a volte ho sentito parlare di lui." Ci guarda con cipiglio serio e riprende a raccontare. "Quando ero in quella base della California. Ci sono rimasto più di sei mesi. Forse sette. O otto. Non ricordo bene. La percezione del tempo, in quel posto, è piuttosto relativa. Poi sono riuscito a scappare e ho fatto in modo che non mi trovassero."

"Frank, la sorella dell’agente Mulder è stata rapita il 27 novembre del ’73." Interviene Bentham.

"Si, sapevo che rapirono alcune persone a Washington. Parenti dei cospiratori. Un patto con il diavolo che non doveva essere stipulato."

"Mia sorella non venne rapita a Washington." Mulder mormora stanco e lo guarda, attendendo una risposta celere.

"Oh… sentii di alcune difficoltà nel gruppo, defezioni all’ultimo minuto. Non sapevo che si trattasse di sua sorella. Qual’era il suo nome?" Il suo tono è calmo, mentre rievoca, domanda e racconta. Ma posso giurare di vedere fremere le sue mani. Magari è solo una mia impressione.

"Samantha."

"Samantha…" Sussurra fra sé.

"Una… una ragazzina con i capelli lunghi. E mossi. Abbastanza alta per la sua età."

Ma Frank rimane in silenzio.

"Non ricorda nulla?" Mi intrometto anch’io.

"In quella base… c’erano parecchi rapiti. Ci facevano esperimenti. E ci sorvegliavano, perché non fuggissimo."

"Ma lei l’ha fatto."

"Sono un marine, agente Scully. Una base militare non può spaventarmi più di un campo di concentramento vietnamita."

Frank ci squadra.

"Ricordo che si parlava di alcuni ragazzini. E di una in particolare, piuttosto indisponente e vivace." Le labbra di Mulder si arricciano in un timido sorriso. "Seppi che alcuni di quei ragazzini non riuscirono a superare i test, ma altri erano vivi quando me ne andai."

"E…" Mulder deve deglutire per ricacciare indietro le lacrime. "Pensa che siano ancora lì?"

"Si."
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:49 pm    Oggetto:  
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PARTE DECIMA: RICOGNIZIONI



San Francisco, California
Aeroporto Internazionale
Ore 12:30, pm
Domenica

Non che possa essere rilevante ora, ma saltare da uno stato all’altro non è mai stata una delle mie prerogative. Soprattutto se questo avviene nel giro di ventiquattro ore. E soprattutto se questo significa sbalzare da una temperatura all’altra. Diventa dannoso per l’organismo. Al di là di tutta una serie di patologie, un simile shock non permette al nostro corpo di adattarsi e provoca uno stato di irritazione permanente. Come se tutto il nervosismo, la spossatezza e la stanchezza non fossero di per sé sufficienti. No, perché mai?
Frank Ruper è andato ad affittare un’automobile, mentre noi siamo qui, e lo attendiamo all’uscita dell’aeroporto immersi nell’esigua folla della notte. Un gruppo di turisti dagli occhi a mandorla ha appena caricato due taxi e si è immerso nel traffico. Un uomo tutto vestito in nero parla al cellulare con aria scocciata, mentre stringe con violenza la valigetta che ha in mano.
Sono talmente fuori fase che non posso fare altro che inventarmi film sulla gente. E’ totalmente assurdo, poco professionale, e infantile. Questo caso mi sta facendo dannatamente male.
"Agente Scully, si sente bene?" Ben ha annodato i capelli e si è fasciata la testa con una bandana verde e nera.

"Si, si."

Lei e Frank hanno parlato per tutta l’attraversata. Rievocando vecchi ricordi, spendendo i minuti nella nostalgia ed in qualche lacrima non versata. Bates è stato nominato un paio di volte, ed in ognuna si è riversato un carico di calma tesa che ha ammutolito le loro parole per qualche istante.

"Non pensavo che qui facesse così caldo."

Un lieve venticello è montato da sud, ma nulla paragonato alla neve del Montana ed al gelo dell’Illinois.

"Mai stata in California?"

Il cielo è sgombro, ma le luci dell’aeroporto adombrano le stelle appena sorte. Il rombo degli aerei si distilla e confonde nel mormorio di chi attende, nel calpestio dei passanti e nel ronzio delle automobili.

"Mai in questa stagione. Ricordi che venni dopo il diploma, in vacanza con i miei amici." Mormora e si infila le mani nelle minuscole tasche dei jeans.

"Le temperature in California non sono mai troppo basse. Anche a Natale." Aggiungo e guardo il suo volto farsi sbigottito.

"Come può esserci il Natale senza freddo? Già è appena tollerabile senza neve."

"Vero." Rispondo in conferma, ed entrambe iniziamo a sorridere per l’assurdità della situazione.

Se qualche giorno fa mi avessero detto che avrei avuto una conversazione del genere con questa donna, non ci avrei creduto, mai e poi mai.
In qualche modo, è bello avere qualcuno con cui parlare.
Mulder.
"Perché l’Illinois?" Mi esce così, senza che lo voglia sapere davvero, ma il pensiero del mio partner era troppo doloroso da sopportare.

Mulder che, per inciso, se ne sta seduto sul cofano di un taxi vuoto in attesa che Frank Ruper arrivi con l’auto a nolo.

"Cosa?"

"Perché Frank ha deciso di rimanere in Illinois?"

"Suppongo che sia per la vicinanza con il Canada. In due o tre occasioni ha dovuto sconfinare per salvarsi le chiappe. Vivere sul confine sembrava la scelta migliore."

Giusto.
Con la coda dell’occhio vedo il mio partner alzarsi e avvicinarsi al ciglio della strada. I suoi occhi scuri si perdono nel colore della notte. E sento una fitta allo stomaco. Dura un attimo, ma mi lascia spossata tutto il tempo in cui Frank arriva con un catorcio e posteggia di fronte a noi.
"L’hai affittata in una concessionaria di reduci?" Ben inizia a canzonarlo mentre l’aiuta a sistemare i bagagli nel portello posteriore.

"Cosa pretendevi, una sedan metallizzata nuova di secca?" Fa lui con finto broncio, mentre si avvia verso il posto di guida.

Ovviamente il catorcio sembra non sia stato lavato dalla guerra del Vietnam. Bene. Forse è un modo come un altro per confondersi in mezzo al nulla verso cui siamo diretti, penso mentre apro la portiera posteriore. Ma mi blocco non appena avverto una calda e familiare ombra stendersi al mio fianco. Alzo gli occhi e vedo il mio partner bloccato a due centimetri da me. Anche meno.
Cerchiamo di sostenere i nostri sguardi, ma la tensione, il tumulto e le difficoltà sono troppe per essere sopportate.
"No, entra. Io… io vado dall’altra parte." Balbetta.

"Ok." Riesco a mormorare, e lo vedo allontanarsi a grandi falcate.

E poco dopo siamo in macchina, seduti insieme, mentre la periferia di San Francisco scorre lenta contro i finestrini.

***

Statale 45, California
Ore 02:00, am
Lunedì

Se mi fossi messa dietro sarebbe stato molto, molto meglio. Ogni tanto sbircio lo specchietto retrovisore, ma tutto ciò che vedo sono due corpi immobili, che tentano di tenersi a distanza e di non sfiorarsi o guardarsi. Il buio della statale sembra essere infinitamente più interessante.
Non che non abbia capito. A questo punto, per quel poco che conosco quei due e per quel poco che ho percepito sul loro rapporto, penso che sia chiaro. O almeno me lo auguro.
Guardo nuovamente gli spettri lugubri e taciturni sul sedile. Frank guida tranquillo, tagliando l’asfalto con i fari e macinando kilometri.
Deglutisco e mi fermo un attimo ad osservare la strada dal vetro del parabrezza.
"Bates ed io abbiamo fatto l’amore." Esordisco, e sento l’automobile sbandare improvvisamente. Le ruote slittano sulla strada e la macchina segna un breve serpente sull’asfalto. Forse potevo scegliere un momento migliore.

Frank condivide lo sguardo tra la mia figura alla sua destra e la statale. Incredulo.

"Come scusa?" E’ quasi senza fiato.

Magari potevo fare una rivelazione meno sconvolgente. O essere più… discreta.

"Hai sentito." Continuo. Per un attimo sbircio nello specchietto retrovisore. La rossa si è voltata a guardarmi. Mister Armani è ancora girato verso il finestrino, ma posso vedere come la sua attenzione non sia neanche minimamente focalizzata sulla notte e le sue ombre.

Beh, insomma. Ho iniziato, tanto vale continuare.

"E’ accaduto… ricordi quella licenza di una settimana?"

"Quella dei giretti nei dintorni?" Gli occhi di Frank sono diventati una fessura che mi scruta. Definitivamente non avrei dovuto rivelargli una simile informazione. Non che sia un uomo così all’antica, ma fa ancora fatica ad accettare queste cose.

"Si. Ricordo che ci fermammo in un albergo da quattro soldi, fuori nevicava e faceva un freddo boia." L’ombroso agente dell’FBI ha smesso di guardare la strada e i suoi occhi sono per metà focalizzati su di me. L’altra metà ammira i tappetini della macchina. E’ già qualcosa. "E ricordo che avevamo litigato. Lui è sempre stato protettivo nei miei confronti, ma non ha mai accettato che lo fossi anche io nei suoi. Così quella sera scoppiammo, e quando arrivammo in quel motel, ci rivolgevamo a stento la parola."

"Se mi avessi detto che mio figlio ti trattava in questo modo, lo avrei strigliato per bene." Borbotta Frank al mio fianco, e mi strappa un sorriso.

"Avevamo stanze comunicanti, e, ad un certo punto della serata, me lo sono ritrovato davanti. E tra una parola e l’altra… accadde. Il mattino dopo lui era… l’immagine dell’imbarazzo, ma io non capivo perché. Io amavo lui. Lui amava me. E quello che era accaduto era per lo meno naturale, senza che avesse importanza il come, il dove e il perché fosse accaduto."

Rimango in silenzio.

"Avrei voluto tanto che voi due vi sposaste."

"Lo so, Frank, lo so."

E le parole mi muoiono in gola.
I due occupanti il sedile posteriore hanno ripreso a fissare il finestrino, ma posso vedere come, a turno, senza che l’altro possa accorgersene, si lancino sguardi fugaci.
Mi scappa un sorriso. Un sorriso che si perde nella calma e nei ricordi.
Posso ancora sentire la mia pelle fremere per i baci di Bates e il suo viso contorto dal piacere. E chiudo gli occhi perché quelle immagini non escano dalla mia coscienza e diventino lacrime.
***

Hammond, Illinois
Casa di Frank Ruper
Ore 09:00, pm
Domenica

Sono i piccoli tasselli illogici del magma in cui viviamo che ci hanno portato a zonzo negli Stati Uniti negli ultimi anni. Sono l’anima del nostro lavoro. Della nostra sezione. E sono loro, senza che possiamo capirne il senso e il significato, che ci hanno condotti in questa vecchia casa ristrutturata a parlare con uno dei pochi superstiti di quella subdola e lenta pestilenza che sta infestando il paese da almeno cinquant’anni.
Ci aggrappiamo ad essi e al filo di speranza che ci possa essere ancora una via d’uscita.
La conversazione con Frank Ruper è finita da un pezzo.
Lui è di sopra a preparare un piccolo bagaglio da portare con sé. Ma io sono rimasto qui. Seduto su questo divano. Solo.
Scully è da qualche parte a prenotare un volo per quattro diretto in California. Si è alzata senza degnarmi di uno sguardo e si è messa all’opera. L’efficiente agente dell’FBI.
Non che possa biasimarla.
"Agente Mulder?"

Quando mi volto vedo il capitano Rice avvicinarsi e sedersi accanto a me. Sta meglio senza divisa. E’ più umana e meno autoritaria.

"L’agente Scully mi ha detto di dirle che l’aereo parte alle 10:30."

Annuisco. "Si. Grazie."

Ma continua a fissarmi.

"Cosa c’è?"

"Crede… di poter essere più comunicativo nelle prossime ore?" Conosco la luce dei suoi occhi. Al di là del tono di voce, fra il serio e l’ironico. Quella luce. E’ simile a quella con cui Scully mi intima di starmene buono altrimenti mi molla.

Cazzo.

"Non le piace il mio atteggiamento, capitano Rice? Non sono uno dei suoi sottoposti."

"Non pretendo che lo sia, né lo vorrei." Mi risponde di rimando. Dura come il granito. Che diavolo hanno queste donne per mettere noi uomini delle caverne in perfetta fila indiana, ubbidienti e pronti a dire ‘si, signore’? Deve essere una questione di ormoni. Sicuro.

"Perché? Perché sono troppo poco… militare per i suoi gusti?"

"No, perché non sa controllarsi."

1-0 per lei.
E’ un colpo nello stomaco.
"Non voglio giudicarla, agente Mulder, non posso e non sono disposta a farlo. Ma non creda di essere l’unico essere umano sulla faccia di questa schifosissima terra ad aver sofferto. Tutti noi soffriamo per un motivo, ma non per questo possiamo prenderci il lusso di mandare a puttane la vita. La nostra e soprattutto quella degli altri."

"Pensa che non lo sappia?"

"Forse ora lo sa, o forse è talmente chiuso ed egocentrico da non accorgersi di ciò che sta al di là del suo naso."

"Lei non sa un cazzo di me." Sbotto irritato.

Se la tensione si potesse solidificare, potremmo tagliarla con un coltello in tanti minuscoli pezzettini. E farne coriandoli da usare al nostro funerale.

"Io voglio sapere. E non sono disposto ad accettare compromessi o a permettere a qualcuno di impedirmi di andare avanti nella mia ricerca."

Mi osserva in un lungo silenzio. "Forse qualcuno vorrebbe semplicemente venire con lei."

Colpito e affondato.
Ben si alza e si avvia verso le scale. Posso vedere i muscoli della schiena contratti. La conversazione deve averla innervosita.
Quanto a me, penso che se non avessi la prospettiva di ritrovare Samantha o per lo meno un barlume di verità, sarei seriamente propenso a scolarmi un litro di whisky e porre fine alla mia esistenza.
Che razza di vita…
***

Statale 45, California
Ore 02:45, am
Lunedì

Non credo che Scully abbia parlato con lei. No, non può essere. Non è il tipo. E poi non ha mostrato alcun segno di apprensione o disagio mentre il capitano Rice raccontava la sua storia con il tenente. Certo, si mostrava interessata. E, a dirla tutta, lo ero anche io. Quindi, in definitiva, no. Non deve averle parlato.
Ma allora cosa? Esiste una sorta di empatia? O c’è una specie di legge universale per cui risolvere i problemi con il sesso è la cosa migliore?
Anche io l’ho fatto in passato, certo. Ma questa volta è diverso. Qui si tratta di Scully. Scully, tutto ciò che mi resta della mia vita. Non avrei dovuto dar retta al mio uccello. E, se lo avessi fatto, a quest’ora non saremmo a questo punto. A quest’ora saremmo seduti vicini. Avrei potuto sentire il suo calore attraverso i nostri vestiti, e il profumo del suo shampoo. A quest’ora staremmo discutendo su tutta questa faccenda e lei starebbe lì, a darmi coraggio anche nei momenti più disperati.
E invece sono un sfottuto idiota che non riesce neanche a guardarla in faccia e a chiederle scusa per quello che ha fatto. Per quello che le ha detto e per il modo in cui ha usato il suo corpo per liberarsi di tutta l’amarezza, la frustrazione e la rabbia che covava dentro.
Scully si è addormentata. Si è chiusa a riccio e ha posato la fronte sul vetro del finestrino. Vorrei avvicinarmi a lei e sistemarla perché non stia scomoda, ma ho perso questo diritto nel momento in cui ho deciso che la cosa migliore sarebbe stata svuotarmi dentro di lei.
Dio, che coglione che sono!
***

April Air Force Base, California
Ore 04,00 am
Lunedì
Lo scossone è la prima sensazione a far breccia nel mio dormiveglia. Sbatto le palpebre più e più volte, prima che la nebbia che mi confonde la vista inizi a diradarsi. Mi accorgo di essere inclinata contro il finestrino. Il vetro mi preme sulla fronte, e quando sollevo la testa, posso sentire le tempie pulsare sottilmente. E’ stupido addormentarsi in macchina. Finisci sempre con l’assumere strane posizioni che ti lasceranno indolenzita per giorni. Eppure non puoi farne a meno, perché il rollio delle automobili diventa soporifero, e la stanchezza e le ore di sonno mancate si conciliano perfettamente.
La macchina procede in un paesaggio diverso. Abbiamo lasciato la statale, noto, e ci siamo inoltrati in un crocevia desolato. Le ruote sulla strada sterrata sono molto simili ad un pezzo di carta che viene accartocciato lentamente.
"Ben svegliata, agente Scully." La voce di Ben mi giunge pacata, impastata di stanchezza e attesa. Mulder mi rivolge un breve sguardo e si volta nuovamente verso il finestrino.

E all’improvviso ricordo. La partenza dall’aeroporto, lo strano discorso di Bentham e lo spettro silenzioso che è piombato subito dopo. Poi devo essermi addormentata.

"Grazie." Farnetico e mi schiarisco la voce. "Dove siamo?"

"Quasi a destinazione." Sbircio fuori del vetro del parabrezza, ma c’è solo buio e l’alone dorato dei fari che illumina, di volta in volta, piccole porzioni di via.

"Non è mai tornato qui?" La voce di Mulder emerge da un antro profondo e si perde nel tempo. Frank si prende qualche istante prima di rispondere.

"Mai, agente Mulder." Continua a fissare la strada con sguardo corrucciato. Quasi severo. "Perché avrei dovuto, in fondo."

"Per… per sapere la verità. Per sapere cosa le avevano fatto, cosa c’è in ballo."

"Conosco un’unica verità, agente Mulder." Sospira. "Ero un ragazzo del Minnesota di 24 anni, le uniche verità che conoscevo erano la mia famiglia, mia moglie, il mio paese e il bar. Avevo un buon lavoro in falegnameria e tutto quello che desideravo. Quando scoppiò la guerra avevo 13 anni, i giornali ne parlavano e le radio, il presidente faceva annunci e i nostri morti ritornavano a casa. Mi sposai nel ’68 l’anno della rivoluzione, eppure… la vedevo ancora come una realtà lontana. La guerra. Non ne capivo niente. Ma poi vidi i miei amici tornare a casa in una bara coperta dalla bandiera americana, e mi sentivo uno schifo a stare a casa mentre i miei amici morivano. Così mi arruolai. Ero ancora così schifosamente fiducioso, agente Mulder. E stando lì, vedendo quello che il nostro governo compiva… il mio rapimento, la fuga… è questa la verità che conosco. Al, Fred, Adam, Ed, Dixon… tutti noi abbiamo scoperto una nuova realtà, e in un certo senso siamo diventati adulti davvero." Si ferma per deglutire, e sbircia dal parabrezza. "Siamo arrivati," annuncia. E lentamente la macchina comincia a frenare e si ferma del tutto. Ad una cinquantina di metri da noi, una rete metallica che circonda metri e metri di niente.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:49 pm    Oggetto:  
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PARTE UNDICI: CERTEZZE



April Air Force Base, California
Ore 04:30, am
Lunedì
Ci muoviamo lungo il perimetro di una struttura apparentemente disabitata. Dopo metri di niente, in cui l’unica visione era una distesa di terra polverosa e rovi, è il primo edificio che incontriamo. Da lontano possiamo vedere i resti di una strada asfaltata, e, ancora più in fondo, il nucleo della base.

"Questo cos’è?" Ben si guarda intorno sospettosa, alla ricerca di un qualsiasi segno di vita che possa esserci d’intralcio.

"E’ un deposito. O almeno lo era. Non ho mai saputo cosa ci conservassero." Bisbiglia Frank, e s’affaccia dall’angolo del muro per ispezionare il percorso.

A dire il vero, eccetto i nostri passi, si ode solo il brusio di un mortale silenzio. Mi chiedo se si sono accorti della nostra presenza.

"Via libera!" Mormora e con un gesto della mano ci fa segno di proseguire. Scully conduce il gruppo con una piccola torcia che giaceva nella tasca del suo cappotto. A dire il vero non mi va che sia in prima linea. D’accordo, ha la pistola e tutti noi siamo pronti a colpire in caso di pericolo. Ma se dovessero sbucare guardie all’improvviso, lei sarebbe la prima ad essere presa di mira. Ho un crampo allo stomaco per questo. E, a dire la verità, anche per ciò che spero –o non spero- di trovare qui dentro.

Camminiamo senza intoppi fino alla strada asfaltata e ne seguiamo il percorso.
A giudicare dal suo stato, non deve essere utilizzata da molto. E’ mal tenuta e ha un dito di polvere sulla superficie.
"Quelle in fondo sono le case della base." Frank ferma il gruppo e ci indica una fila di abitazioni a due piani, tanto simili a villette dismesse. Una decina in tutto, il tetto spiovente si delinea nel buio della notte. Un poco più avanti inizia una serie di lampioni mal funzionanti.

"Pensa possa esserci qualcuno?" Domanda Scully.

"Quando ero qui vi alloggiavano i militari di stanza alla base. Gli scapoli. Nessun civile era autorizzato ad entrare qui dentro. Ma da allora sono passati molti anni."

"Che si fa?"

"Dividiamoci." Propongo.

Poco più in là s’innalzano due bassi edifici a pianta rettangolare. Hanno piccole finestre alle pareti e una porta metallica d’accesso.

"Mulder ha ragione." Interviene Ben. "Avremo più fortuna."

"Cosa sono?" Scully sembra preoccupata.

"Uffici, alloggi per i rapiti. Il sotterraneo era adibito per gli esperimenti. Ci sono laboratori, e macchinari. Spero che sia rimasto tutto come allora."

"Lo spero anch’io," sussurra Ben. "Bene, allora… Frank ed io ci occupiamo del primo edificio. Voi due pensate al secondo."

Scully ed io annuiamo lentamente, e poco dopo il gruppo si spacca e si divide.
La porta fa fatica ad aprirsi, ma alla fine cede, cigolando vistosamente. A stento riusciamo a trattenere un’ondata di tosse. La polvere si è sollevata e ha iniziato a solleticarci il naso e gli occhi. Dobbiamo alzare un braccio per ripararci, e rimanere fermi qualche secondo per riprendere il controllo.
"Sembra che sia stato abbandonato in gran fretta." La stanza è piccola e disordinata. Due sedie rovesciate, una scrivania sgombra, i cassetti di uno schedario aperto e documenti sparsi per terra. "Cosa potevano mai fare qui?"

"Non ne ho idea," rispondo e mi faccio largo fino ad una porta scorrevole in fondo alla parete. Il vetro ha profonde incrostazioni e a stento riesco a leggere le lettere stampate sopra.

A P R I L B

Sbircio all’interno, ma a parte il medesimo scenario in cui mi sono imbattuto qualche istante fa, non sembra esserci nulla di nuovo. Quello che un tempo era un ufficio è diventato uno sterile cadavere di se stesso. Suona poetico, ma è l’estrema sensazione che s’innalza da queste mura.

"Mulder?"

Scully è alla parete opposta, accanto ad una porta aperta.

"Cosa hai trovato?"

"Sembra un corridoio, ma non so dove conduce."

"Andiamo."

Vaghiamo in un cunicolo stretto e poco profondo. Un paio di porte sfondate portano a stanze da letto, o così sembra. Ma non c’è traccia di vita.

"Pensi che la base sia abbandonata?" Bisbiglia Scully, puntando la torcia di fronte a noi. C’è una rampa di scale che conduce nei sotterranei.

"Forse."

Dobbiamo scendere lentamente, per evitare di cadere. La scala è ripida, non ci sono corrimani e i gradini sono coperti di polvere. E’ una strana scala a chiocciola. Sprofonda nel sottosuolo, scavandolo nel cuore fino ad un paio di metri.
E’ come entrare nel cuore di un inferno freddo e arido. E, in un modo o nell’altro, avverto la sua presenza. Di Samantha. Lei è stata qui. O lo è. E’ come una forte sensazione che mi trapassa lentamente la pelle.
La scala si interrompe bruscamente, tant’è che Scully si blocca all’improvviso e rischio di travolgerla. Faccio appena in tempo a non sfiorarla.
Di fronte a noi un nuovo corridoio.
Sembra di essere nel labirinto di Dedalo. Cos’è? Esiste un modello standard per la costruzione di basi ultra-segrete? Una garanzia per i visitatori inopportuni? Diventa frustrante.
Ci guardiamo attorno sconcertati, sbirciando dai finestroni che s’affacciano su quelli che hanno l’aria d’essere laboratori medici. C’è un tavolo operatorio nel mezzo. Tavolini per gli strumenti chirurgici. E poltrone con cinghie di contenimento. Oltre a tutto il resto, ovvio.
Ho l’impressione di essere capitato nel laboratorio di uno scienziato pazzo.
"Quelle lettighe mi sono familiari." Sussurra Scully e le vedo fissare con espressione vacua.

Certo. E’ probabile che i bastardi l’abbiano portata in una base come questa. Quando venne rapita. Tutti quegli anni fa.
In un certo senso, sembra che sia passato un anno luce da allora. Per tutte le cose che sono successe. Per tutte le cose che sono cambiate. Ma ora, all’improvviso, vedendo queste sale della morte, vedendo il suo sguardo, mi ritornano tutta l’angoscia e tutta l’amarezza e tutto il dolore che provavo in quei momenti. Quando temevo che tutto ciò che mi sarebbe rimasto di lei, sarebbe stata una catenina, un paio di occhiali e un distintivo.
Sembra un destino perverso. Le due persone più importanti della mia vita accomunate da chissà quali macabri esperimenti…
"E’ probabile che ci sia una produzione standard per il governo." Mormoro, con tutta l’ironia e il disprezzo verso coloro che le hanno fatto del male. A Scully. A mia sorella. E a tutte le vittime di questa brutale smania di ambizione.

La mia partner si volta con un cipiglio dai toni chiari: ‘basta con le stronzate, qui si fa sul serio." Ma non ho il tempo di rispondere, perché la nostra attenzione è attirata da un tonfo proveniente da un punto imprecisato di fronte a noi.
Rimaniamo immobili e in ascolto per qualche secondo, ma ogni rumore sembra essere cessato.
Le faccio segno di farmi luce e le passo avanti. Pistola puntata.
Il corridoio termina poco dopo, aprendosi in un varco piuttosto ampio. Mi blocco giusto al centro, attendendo che Scully si accosti a me. Non riesco a capire che diavolo sia. Tratti di luce illuminano porzioni di pavimento. Sembra una sala d’aspetto. Macabra sala d’aspetto, direi. Ho quasi l’impressione che…
Le luci si accendono all’improvviso, rivelandoci una stanza ovale. Vecchie panchine addossate alle pareti incrostate dal tempo. E, non meno importati, sei uomini con pistole e mitragliette spianate.
Per istinto puntiamo le nostre armi nella loro direzione, ma non c’è molto da fare. Lo so. E lo sa anche Scully.
I nostri sguardi si incontrano per qualche istante. Senza idee.
"Gettate le pistole e mettete le mani in alto, se non volete che vi facciamo saltare il cervello." Ringhia uno di loro.

Al momento, direi che siamo fottuti.

***

April Air Force Base, California
Ore 05:30, am
Lunedì

Il più vecchio del gruppo ha i capelli bianchi e profondi solchi sul viso. Più che rughe mi sembrano i segni della sofferenza, del dolore e della rabbia.
Il più giovane dovrebbe avere la mia età, ma la sua espressione sembra molto più vecchia.
Tutti indossano mimetiche militari su t-shirt lerce. Tutti sembrano fin troppo bravi con le armi da fuoco e fin troppo intenzionati a sparare.
"State calmi, non sparate." Riesco a mormorare. Getto uno sguardo al mio partner, e lo vedo respirare più del dovuto. Il cuore mi martella nelle orecchie.

"Non lo faremo, ma gettate le armi." Il tizio dai capelli bianchi sembra essere il loro capo.

"Mulder… facciamo come vogliono."

Ci chiniamo lentamente e appoggiamo al pavimento le pistole. Due di loro si avvicinano e le raccolgono, scrutandoci con sospetto.

"Chi siete?" Mulder tenta di parlare, ma l’uomo con i capelli bianchi lo zittisce immediatamente.

"Qui le domande le facciamo noi." Dice. E fa segno ad uno di loro di avvicinarsi e perquisirci. Estrae dalle tasche dei cappotti i nostri tesserini e dà loro un’occhiata prima di consegnarli al suo capo.

"Federali?" La voce dell’uomo si è alzata di un tono. "Vanno via i militari e mandano i federali?"

"I militari sono andati via?" Mulder ci riprova, ma il tizio dai capelli bianchi lo zittisce di nuovo.

"Ho detto che qui le domande le faccio io! Che cazzo siete venuti a fare?"

"A cercare prove." Sussurra il mio partner.

"Prove di cosa? O magari siete venuti ad occultarle!"

"In due? Se sapevano che eravate qui, non pensi che avrebbero mandato più federali?"

"E chi mi dice che questa non è una trappola e che fuori non ci sono altri vostri compari?"

"Manda uno dei tuoi uomini a controllare." Suggerisco, e cerco di prendere tempo.

Ho paura. Ho paura di quello che vedo negli occhi di questi uomini. Sulla soglia della follia.

"Certo, così non lo vedrei più tornare. Bellezza, pensa che sia così stupido?"

Deglutisco e riesco a vedere e sentire lo sguardo di Mulder su di me. Conosco quell’espressione. Eravamo in un palazzo federale a Dallas e Mulder rischiava di diventare carne macinata al tritolo.
Ripasso mentalmente il volume di tattica dell’FBI. Capitolo 4, paragrafi cinque, sei e sette. State calmi, cercate di parlare con l’aggressore, cercate di assecondarlo, cercate di guadagnarvi la sua fiducia…
Cercate…
Ma chi ha scritto quel dannato volume si è mai trovato in una situazione come questa? Penso proprio di noi.
"Cercavo mia sorella." Sento Mulder pronunciare quelle parole come se le stesse letteralmente partorendo. "Mi hanno detto che è stata portata qui."

La notizia suscita l’ilarità del gruppo.

"E pensa che le crediamo? Vi conosco. Ci fate parlare e al momento opportuno, bang! Una bella pallottola di un cecchino."

"E’ la verità."

"Devi darmi una risposta più convincente. Ne ho sentite tante di verità, caro agente dell’FBI."

"E quale… quale verità vuoi sentire? Le menzogne? Tutte le menzogne che ti hanno rifilato qui?" Cerca di fare un passo verso di lui, ma un uomo con una mitraglietta gli si avvicina minaccioso.

"E chi mi dice che anche tu mi stia dicendo la verità?"

"Nessuno, dovrai fidarti sulla parola."

L’uomo sorride, di un sorriso amaro e rivoltante. "Sei bravo a scherzare, FBI. Ma io no." Il suo volto si pietrifica e si contorce in ghigno pericoloso. "Bene, facciamo una bella cosa. Ti do cinque secondi per pensare. E se entro lo scadere dell’ultimo secondo non sentirò una risposta che mi soddisferà, farò saltare le tempie della tua bella compagna."

Gli occhi di Mulder si sgranano. "No. Ammazza me, lei… lasciala stare."

Tento di deglutire ancora, ma la mia gola è una via di mezzo fra la colla e il deserto dell’Arizona.

"Uno."

"Devi credermi, quello che ti ho raccontato è la verità."

"Due." E lo vedo avvicinarsi con la ventidue puntata contro di me. Cos’è la storia del rimanere calmi? Pensano che siamo gli eroi di un film western? Sanno più o meno cosa è la paura?

"Sono venuto a cercare mia sorella!"

"Tre."

Ma perché deve finire sempre così? Sul filo fra dentro e fuori, mentre tutte le immagini della mia vita iniziano a scorrermi davanti agli occhi, assieme alle occasioni perse, alle brutte esperienze, ai rimpianti e alla nostalgia di tutte le cose che vorrei fare.

"Quattro."

Mulder cerca di avvicinarsi a me, ma un uomo lo afferra per le spalle e lo blocca nella sua posizione. E’ il doppio di Mulder, eppure fa fatica a tenerlo.
Il tizio dai capelli bianchi fa un passo verso di me e improvvisamente sento la punta fredda della pistola contro la mia tempia.
In tutti i modi in cui pensavo di morire, questo mi sembra decisamente il più ridicolo. Lancio un’ultima occhiata agli occhi sbarrati e iniettati di paura del mio partner e chiudo i miei.
"E cin…" Ecco, è finita.

"Fermati!" La voce di Frank Ruper interrompe la macabra lotteria.

Riapro gli occhi e prendo un profondo respiro. Non ho mai apprezzato l’aria come in questo momento.
Ben e Frank avanzato scortati da un uomo dal volto autoritario. Il tizio dai capelli bianchi abbassa l’arma e si volta verso di loro.
Sento Mulder avvicinarsi a me. Posso avvertire la sua paura come se fosse fatta di materia e non di semplici e violente sensazioni. Mi afferra le dita con la mano. E’ un tocco semplice. Repentino. E dura solo un attimo. Eppure posso sentire come stia tremando.
"State bene?" Ben si è avvicinata e scruta i nostri volti pallidi.

"Stavamo meglio prima." Mormoro. "Chi è lei?" Chiedo. "E chi siete tutti voi?"

"Mi dispiace per gli inconvenienti, signora." L’uomo dal volto autoritario si è avvicinato a noi. "Sono Mark Barton."

***

April Air Force Base, California
Ore 06:00, am
Lunedì

Ok, è meglio che mi calmi. Respirare e inspirare, se non voglio che il cuore mi esca dal petto. In fondo cosa è stato? C’è un tizio che doveva essere morto e che invece sta di fronte a noi e ci racconta gli avvenimenti degli ultimi tempi. E si. Dimenticavo. C’è quella dannatissima immagine della mia partner con la canna di una pistola alla tempia. Quel momento in cui ho maledetto me stesso, la mia vita, e ho pregato in qualsiasi lingua e qualsiasi dio ci sia lassù perché tutto questo fosse solo un brutto incubo. Quel momento in cui pensavo di dover trascorrere il resto della mia vita a raccogliere i pezzi del suo cervello per cercare di rimetterli insieme, perché, chissà, le nuove frontiere genetiche possono pure riportare in vita i morti.
Quindi, si, è meglio che recuperi il controllo.
Scully è accanto a me ed è viva. Incazzata, ma viva. Sono riuscita a sfiorarle due dita per accertarmi che fosse così. Per essere sicuro che la mia immaginazione non stesse proiettando una visione della mia realtà e non di quella che è realmente. Mi è bastato quel tocco, non ho osato di più. Per il resto c’è tempo.
"Ci risultava che fosse morto." Adoro quando la mia partner assume questa espressione. Quando i suoi occhi sono venati di rosso e l’azzurro diventa del colore del mare in burrasca.

"Risultano tante cose che non sono vere, agente." Mormora l’uomo. Fa cenno al gruppo armato di allontanarsi e lasciarci soli. Il tizio dai capelli bianchi si attarda e ci osserva con cipiglio contrariato. Mark sostiene il suo sguardo, fino a che l’uomo s’arrende e lascia la stanza.

"Non fate caso a lui. Ha trascorso metà della sua vita qua dentro."

"Cosa ti è successo, Mark?" Frank parla con voce greve, ma l’emozione nei suoi occhi è evidente. Fa sempre un certo effetto ritrovare qualcuno che si credeva perduto.

"A quanto pare il governo riteneva che un tizio che sbraitava ai quattro venti che i suoi compagni erano stati rapiti dagli alieni potesse essere potenzialmente pericoloso. Non so come sia nata la storia del mio suicidio, so solo che una mattina mi risvegliai qui senza sapere come c’ero arrivato."

"Quando è successo?"

"Vent’anni fa. Da allora ho sempre vissuto qui."

Mark si sposta di qualche passo e s’appoggia ad una parete sporca e fuligginosa.

"Come mai la base è disabitata?" Da quello che posso vedere, è la domanda che sostava sulla bocca di tutti. Ci aspettavamo ben altro.

"E’ iniziato sei mesi fa all’incirca. Ci furono alcuni avvistamenti. Da principio erano sporadici, ma poi aumentarono, ma non ho mai saputo cosa volessero."

"Ha detto sei mesi fa?" Lo sguardo di Ben è corrucciato e teso. Mark annuisce perplesso. "Dove?"

"Sulla zona orientale, dal North Dakota al New Mexico."

"Oh mio Dio, allora è vero!"

"Cosa?" Chiede Frank preoccupato.

In effetti sei mesi fa sono successe davvero troppi avvenimenti. L’omicidio di Bates, l’incidente aereo.
L’incidente…
"Pensavo… Sei mesi fa, l’incidente con il mio f-14… eravamo in volo e gli strumenti hanno smesso di funzionare. All’improvviso. Non andava neanche il controllo manuale. E poco prima che questo accadesse, il mio copilota mi aveva avvertita che sul radar di bordo era comparso un oggetto non identificato, ma quando gli ho chiesto di individuare la sua posizione il velivolo non c’era più."

"E’ probabile che fossero loro." Commenta Mark e si massaggia la fronte con due dita.

"Poi cosa accadde?"

"La base era in massima allerta, gli esperimenti vennero interrotti e si cercò di occultare le prove. Poi, quattro mesi fa, tutti i lavori si fermarono e la base iniziò ad essere abbandonata. L’ultimo presidio militare se ne è andato due giorni fa. Eravamo nascosti perché pensavamo che sarebbero venuti ad ucciderci." Si ferma, e scruta i nostri volti. "Ma voi, perché siete qui?"

Frank mi fissa.

"Lui è il figlio di William Mulder." Borbotta, e gli occhi di Mark si illuminano di sorpresa.

"Suo padre, a quanto hanno detto, fu uno dei primi a dissociarsi dal progetto. Cosa è venuto a fare qui il figlio di un cospiratore?"

Immagino che sarò sempre figlio di mio padre agli occhi di questa gente. Non posso biasimarli, certo, ma è un ritornello che inizia a stancarmi.

"Credo che sappia degli accordi fra alieni e governo." Lui annuisce. "Quel ventisette novembre del ’73… mia sorella venne rapita. Vennero fatte alcune indagini, ma suppongo siano state una buffonata. Sono venuto qui… sperando di trovarla." Nel gruppo non ho notato nessuna donna.

"Qual era il suo nome?"

"Samantha."

Sul viso di Mark compare un sorriso.

"Mi ricordo di lei. Era una ragazzina vivace. Parlavamo a volte, e lei mi raccontava i pochi ricordi della sua infanzia. Di un vigneto, se non sbaglio, e di un fratello. Un fratello che le tirava le trecce e la prendeva sempre in giro. Lei si chiama Fox?"

Annuisco incapace di parlare. Devo fare uno sforzo sovrumano per trattenere le lacrime e ingoiare il peso che mi salito in gola. Scully mi fissa con aria preoccupata.

"Gli esperimenti a cui venivamo sottoposti erano molto… difficili da sopportare. Ci installavano impianti e ci sottoponevano a test. Per le donne era anche peggio."

"Nessuna di loro… ce l’ha fatta?" La voce della mia partner è incrinata e esitante. Non ho avuto il coraggio di parlare, di porre io questa domanda. E non perché ho paura della risposta. No. Quella, la risposta, è scritta sul volto di Mark Barton in maniera fin troppo chiara.

"Gli unici superstiti sono coloro che avete visto. Alcuni hanno resistito quanto più hanno potuto. Altri sono morti dopo i primi test. Tutti sono stati sepolti in una radura poco lontano da qui. Mi dispiace agente Mulder." Mi limito a stringere le labbra e annuire lentamente. Non so veramente cosa mi aspettassi. In un certo senso, poteva essere ovvio, ma c’era ancora quella sottile speranza che… E comunque, è evidente che non è così. "Ricordo il nostro ultimo giorno insieme, prima che venisse portata in un laboratorio. L’ultima volta che l’ho vista viva. Era infuriata, ma diceva che voleva resistere e che, un giorno o l’altro sarebbe fuggita lontano, e sarebbe ritornata da suo fratello. Non so cosa le abbiano fatto."

Posso sentire lo sguardo di tutti su di me.

"Samantha… è morta."
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:50 pm    Oggetto:  
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PARTE DODICI: ARRIVEDERCI (Nc-17)



April Air Force Base, California
Ore 06,20 am
Lunedì

L’atmosfera è quasi irreale. O forse lo è del tutto. Se fossimo in una situazione diversa, lo spettacolo del sole che sorge sul deserto mi avrebbe rapita e trasportata in una dimensione di quiete e sollievo. Ma non è così. Non ora.
Il sole ammanta una distesa di grezze lapidi disposte in fila. E’ una visione triste e macabra, che fa crescere la rabbia e l’odio verso coloro che hanno fatto e permesso questo scempio.
Eppure, non è l’unico motivo. Non può esserlo.
E’ trascorsa esattamente una settimana da allora. I colori sono diversi, ma le emozioni che mormorano nell’aria sono identiche, se non più forti. Sono di nuovo accanto a lui, e di nuovo lo osservo fissare una tomba con gli occhi smarriti di un bimbo che ha perso la strada di casa. Forse è così.
Avanti, Dana, va da lui.
Dimentica tutto quello che è successo in quella dannatissima stanza di motel e fa quello che ti senti di fare.
Non mi importa di quello che penserà. Non mi importa di quello che accadrà quando abbandoneremo la base e torneremo a casa. Se le nostre strade si divideranno o continueremo il nostro rapporto nell’ambiguità e nell’imbarazzo. Mi importerà poi, ma non ora.
Ora mi importa d’andare solo da lui.
Faccio qualche passo in avanti e arrivo a sfiorargli la schiena con una mano.
"Ehy…" Mi attardo sulla superficie ruvida del suo giubbotto, ma poi lascio cadere il braccio e rimango in silenzio.

"Non potevo aspettarmi di trovarla viva." Deve tirare con il naso per non permettersi di piangere. L’ha fatto, quando è arrivato solo su questa collina arida, quando nessuno era in grado di vederlo. Le sue guance sono ancora rigate. "Non dopo venticinque anni."

"Frank e Mark sono ancora vivi."

Annuisce lentamente. "Già." Esala. Sul terreno di fronte a noi è conficcata una lastra di legno. Il nome Samantha è inciso sopra.

"Forse la cosa peggiore è l’attesa. Stare lì senza sapere niente." Continua. "O forse lo è la morte. Ma di una cosa sono sicuro."

"Cosa?" Chiedo dopo un attimo di esitazione.

"E’ finita. So che sentirò la sua mancanza finché avrò vita, Scully, e so che ci sono ancora troppe domande irrisolte. Ma almeno lei ha smesso di soffrire, e, ovunque sia, vive in pace."

E adesso sono io quella che non riesce a parlare e deve trattenere le lacrime.

"E’ finita."

***

Red Carriage Motel
Sacramento, California
Ore 01,00 pm
Lunedì

Non pensavo che in una settimana le nostre vite sarebbero cambiate in questo modo. Inconsciamente sapevo che prima o poi la fine sarebbe arrivata. Era giusto che fosse così. Ma non ho mai pensato ad essa come qualcosa di concreto. La vedevo più come una entità astratta, raggiungibile, si, forse, un giorno. Non potevo immaginare che la fine giungesse davvero.
Finisco di abbottonarmi la blusa del pigiama, e per un attimo osservo la mia immagine riflessa nello specchio. Ho un aspetto orribile. I capelli sono letteralmente impazziti, e sembra che i miei occhi sprofondino nel cranio.
In fondo, perché mi meraviglio? E’ una settimana che girovaghiamo nel paese, che dormiamo poco e male e non facciamo un pasto decente. E tutto il resto non ha di certo aiutato.
Ora che siamo giunti alla fine, i nodi verranno tutti al pettine e non potremo evitarli come abbiamo fatto fino ad ora. Non possiamo se dobbiamo ricostruire tutta la nostra vita.
Se deve ricostruire tutta la sua vita.
Mulder.
Samantha è stato il suo unico obiettivo e il motore del suo lavoro. Ma ora quel motore si è spento.
Mulder…
Mulder?
Quando esco dal bagno, me lo trovo seduto sul mio letto. Jeans e petto nudo.
Oddio. E’ troppo… troppo simile… Perché diavolo è venuto? Perché non possiamo aspettare di ritornare a Washington prima di affrontare questo particolare nodo?
Perché insomma… è evidente il motivo per cui è qui… o forse sono solo paranoica io. Forse è venuto per dirmi addio, o per… semplicemente per parlare.
Cerco di deglutire e recuperare il controllo, mentre pondero di ritornare in bagno e chiudermici dentro.
"Che fai qui… Mulder? Non ti ho sentito entrare."

Alza gli occhi e mi sorride.

"Ho usato la mia chiave." Mormora e si alza in piedi. Senza tacchi riesco a malapena a fissargli il torace. "Magari avrei dovuto bussare."

"Magari." Gli ribatto e mi avvicino alla mia valigia. Non che debba prendere qualcosa, ma, si, c’è la cerniera aperta, e si, voglio chiuderla e prendermi tempo per metabolizzare la sua presenza. Siamo troppo vicini e lui è troppo nudo.

"Stavo pensando…" Inizia e sento il cuore martellarmi nel petto. E più si ostina a non terminare la frase, più i battiti aumentano. "Pensavo di stare qualche giorno a casa di mia madre. Di partire domani e rimanere fino alla prossima domenica. Ci sono tante cose da sistemare e devo pensare a cosa fare della sua casa."

"Mi sembra una buona idea." Lo approvo, ma rimango immobile accanto al borsone.

"Ci sono tante cose che ho trascurato, e… devo sistemarle una volta per tutte." La frase mi sembra volutamente ambigua, ma rifiuto di pensarci. "E tu… progetti? Ritorni in ufficio?"

"Vado da mia madre." Sbotto d’un tratto. Cioè, non è che fosse in programma, ma passare un paio di giorni da lei mi farà bene. Potremmo rievocare i vecchi tempi, far spese. Posso gustare la sua cucina, e rilassarmi un poco prima di affrontare tutti i problemi.

"Bene." Sospira, e annuisce.

Lo vedo abbassare lo sguardo e spostare il suo peso da un piede all’altro. Comincia a mordersi il labbro e deglutisce vistosamente.
Sembra nervoso.
Mi arrischio ad avvicinarmi al letto, ma le sue braccia mi afferrano alla vita prima che possa superarlo. Non è uno strattone. Non c’è violenza. Solo una coperta calda che ti ricopre e ti fa fremere.
"Mi dispiace, Scully. Sono stato…" Posa la sua fronte sulla mia. "Tutti gli insulti di questo mondo non basterebbero per quello che ti ho fatto."

I suoi occhi sono liquidi e morbidi. Quelli di un cucciolo che ti guarda per ricevere anche solo una carezza. Quegli occhi che sciolgono qualsiasi risentimento, barriera o muro che sia. Non può essere considerato umano resistere ad una simile sensazione. Non se percepisci il suo profumo e il suo calore circonda la tua pelle.

"Sei la mia partner, la mia migliore amica e l’unica cosa buona che abbia mai avuto."

Bene.
Amica. Partner. Cosa buona.
Dovrebbero inventare un vocabolario apposito, perché una persona non può distruggersi nel dubbio che quelle parole siano quelle che sono, o siano… altro.
"Tutta la mia vita è stata… sospesa. Fino ad ora. Non vedevo altro che la mia ricerca e non ero capace di vedere che… che c’era altro attorno a me. Che c’era tutta una vita da vivere… che c’eri tu."

Quando mi strappa un bacio a fior di labbra inizio a non capire più niente. Una di quelle sensazioni che ti mandano in tilt il cervello e ti rendono incapaci anche delle azioni più elementari. Ovvero pensare che: 1- qui c’è il mio partner in vena di scuse e romanticherie, e 2- la pelle del mio partner è nuda e calda e invitante, e 3- sono ancora infuriata con lui, no? e non dovrei reagire in questo modo alla sua vicinanze. Questo modo significa che mi sento umida e la situazione peggiorerà in breve tempo.
Merda.
"Io volevo che… ma non doveva succedere così… io… cioè…"

La sua confusione mi strappa un sorriso. E’ lo stato di panico dettato dalla timidezza e dall’emozione, e non dalla paura. E sulla sua faccia è se non altro divino.

"Perdonami, Scully. Non sarebbe dovuto accadere." Sospira profondamente e comincia ad allentare la stretta.

"Cioè… non saremmo dovuto andare a letto insieme?" La voce mi è uscita più roca e tagliente di quanto volessi. Anche Mulder se ne accorge, i suoi occhi si allargano per un istante, e la presa sui miei fianchi si stringe nuovamente.

"Non doveva succedere in quel modo."

"Non avremmo dovuto fare sesso?"

"Non c’è sesso con te, Scully. C’è solo amore."

***

Red Carriage Motel
Sacramento, California
Ore 06:15, am
Martedì

A volte i sogni sembrano realtà. Sono talmente vivi, che ti sembra quasi di toccarli, di viverli, come se non fossero la tua immaginazione inconscia, ma parte concreta della tua vita. E ci sono volte in cui la realtà sembra parte di un sogno. Talmente surreale, che, pur sveglio, non puoi credere che quello che stai vivendo sia reale. E’ un mondo che non ti aspetti, visioni divine che fai fatica ad ammettere che sono vere, e fanno parte di te, della tua realtà e non scompariranno quando qualcuno o qualcosa ti desterà.
Forse è un ragionamento senza senso. O forse è per questo che continuo a fissare Scully con un sorriso ebete sulla bocca. Da quando mi sono svegliato. Da quando ho aperto gli occhi e ho visto il suo viso rilassato dormire accanto al mio. I suoi capelli rossi adagiati morbidi sul cuscino e la sua bocca socchiusa.
La sua pelle si confonde con il colore delle lenzuola, e il suo calore mi conforta e mi aiuta a rimarginare lentamente le ferite.
Non posso credere di essere così schifosamente fortunato, di esserlo sempre stato e di non essermene mai accorto.
Ben aveva ragione.
Sono un egocentrico che non riesce a vedere al di là del suo naso. O almeno, lo ero. Spero che sia così. Devo meritarmela.
Mi inclino lentamente e le sfioro le labbra con le mie. Sono morbide e invitanti, e devo fare fondo a tutta la mia forza di volontà per allontanarmi, scostare le coperte e alzarmi lentamente, cercando di non smuovere troppo il materasso.
A mala pena trattengo una imprecazione.
Cazzo.
Come farò a camminare nei prossimi giorni senza sembrare un perfetto idiota? Un idiota invidiabile, certo. Nonostante il dolore in parti del corpo che neanche ricordavo di avere, e un bruciore sulle scapole -le unghia di Scully possono essere letali-, sono l’uomo più felice e soddisfatto sulla terra. Ho trascorso un’intera notte con la donna di cui sono follemente innamorato, metà della quale passata a fotterci letteralmente il cervello.
Mi infilo boxer e jeans, ma i miei occhi non posso fare a meno di guardarla. Vorrei rimanere qui. Svegliarla e dirle… non so neanche io cosa. Ma un bruciore improvviso allo stomaco mi ricorda che lei non ha detto niente.
Ieri sono stato l’unico a parlare. E mi sembra ovvio, dopo il pasticcio che ho combinato. Ma lei non mi ha risposto. Ha fatto l’amore con me, ed è stato… diciamo ineguagliabile. Le notti di sesso sfrenato con Diana o con Phoebe non sono nulla in confronto. E comunque, non è questo il punto.
E se lei non lo volesse? Se non fosse pronta ad accettare quello che ci aspetta… o quello che mi aspetto? Se lei si volesse prendere tempo? Si, glielo darei, anche tutta l’eternità se poi alla fine decide di stare con me. Però… se dopo questa notte decidesse che non vale la pena rischiare? E se sto dicendo complete idiozie? Questo è quasi certo, ed è inutile star qui a rimuginare su quello che accadrà. Lo scoprirò molto presto.
Mi passo le dita tra i capelli e la guardo muoversi un’ultima volta. Si è scoperta le spalle e ha occupato la parte centrale del letto. Sospiro, ed esco dalla stanza.
Il corridoio del motel è deserto e silenzioso.
Non ho la più pallida idea di che ore siano, ma suppongo che sia presto. Il sole dalla finestra era troppo debole per essere sorto da molto.
Beh, tanto meglio. Almeno non dovrò dare spiegazioni sul motivo per cui mi aggiro mezzo nudo e la faccia sconvolta per i locali…
"Agente Mulder?" Ecco, come non detto.

Quando mi volto, vedo Ben avvicinarsi nella mia direzione. Indossa una vecchia tutta dell’Accademia di Marina e una bandana annodata sulla fronte.

"Capitano." La saluto, tentando di defilarmela, ma a quanto pare è d’obbligo il terzo grado, o così pare a me.

Non che abbia fatto qualcosa di cui vergognarmi, ma non mi va di sbandierare la cosa ai quattro venti.

"Dio, sembra che se la sia spassata." Lo dice con ironia, ma poi vede la mia faccia e guarda la porta della stanza di Scully a venti centimetri da me. E i suoi occhi si illuminano di malizia. Odio quello sguardo nelle donne. Mi mette in imbarazzo. "Oh."

"Vuole sapere anche i particolari?"

Ovvio che abbia capito.

"Quelli li immagino." Lei ride, ed io mi sento l’odore di sesso addosso. Questa situazione è surreale. "Sono contenta che qualcuno sia riuscita a metterle il guinzaglio." Ironizza e la guardo con occhi truci. Anche se…

Beh, mi secca ammetterlo, ma ha ragione.

"Lo sa che è un tantino troppo strafottente?"

E guardo uno dei migliori sorrisi che abbia mai visto in tutta la mia vita. Se non fossi così dannatamente perso della mia partner, probabilmente mi avrebbe mandato in tilt il cervello.

"Mi hanno detto anche di peggio."

"Ci credo."

"Mi auguro solo che non faccia qualche stronzata che le faccia perdere il guinzaglio."

"Mi è stato cucito sul collo."

"Lo immaginavo." Mormora e mi si avvicina "Spero di non averla nuovamente tra i piedi, agente Mulder."

"Posso dire la stessa cosa." Bisbiglio e la vedo superarmi, diretta verso le scale.

"Ben?" Sento uscire dalla mia bocca, e mi volto verso di lei. Lei mi guarda con occhi incuriositi e sopracciglia alzate. Per un attimo sembra Scully. "Grazie."

Fa un cenno con il capo e vedo le sue spalle allontanarsi e sparire oltre la rampa che conduce al pian terreno.

***

Red Carriage Motel
Sacramento, California
Ore 07:30, am
Martedì

Nonostante quel briciolo di delusione che mi porto dentro, sapevo che non lo avrei trovato accanto a me. Ma non importa.
Fisso il soffitto con aria sognante, beandomi dell’odore delle lenzuola e della sensazione di fresco che sento sulla pelle nuda.
E’ bello starsene sdraiati a pensare, soprattutto quando hai una certa difficoltà a muoverti per la notte che hai appena trascorso. Una bella notte. Interessante. Mi scappa un sorriso e sento un languido rossore salirmi sulle guance.
Beh, diciamo solo che il mio partner sa come muoversi in certi frangenti, senza che questo possa essere ambiguamente allusivo alla particolare attività a cui ci siamo dedicati la scorsa notte. Anche se non credo fosse completamente notte. Forse era pomeriggio.
E comunque, che importanza ha? Appunto, quello che conta è ciò che è successo. Il sesso migliore della mia vita, e una serie infinita di coccole subito dopo, fino a che non mi sono addormentata. Era bello sentire la sua pelle calda sotto la mia, il suo respiro, e le sue dita muoversi leggere sulla mia schiena.
Dannazione, Mulder sa essere l’uomo più dolce e meraviglioso della terra quando se lo propone, e la cosa più irritante è che ad un Mulder così non si può assolutamente dire di no. Ok, non è irritante, fa solo perdere piacevolmente il controllo, riduce a zero i tuoi centri nervosi e diventi una marionetta di piacere nelle sue mani, pronta a fare qualsiasi cosa pure di averlo dentro di te.
Bene. Basta ragionare, è ora di alzarsi e affrontare una nuova alba. Non che sappia che ore siano. Non so nemmeno da quanto Mulder è andato via.
Scosto lentamente le lenzuola e incespico fino alla doccia. Ho una certa difficoltà nei movimenti, lo ammetto, ma, al di là del fatto che non me ne importa assolutamente nulla, suppongo sia normale. Mulder ha un naso enorme, mani enormi e piedi enormi… e anche qualche altra cosa enorme. Mi metto a ridere mentre l’acqua scorre sui miei capelli, calda e ristoratrice. Decisamente non una conversazione da condividere con lui.
Mi insapono e mi risciacquo velocemente, uscendo dalla doccia subito dopo.
La parte più interessante della conversazione è già avvenuta, ora arriva quella difficile.
Prendo il phon e inizio a passarmelo tra i capelli. Al diavolo, che vadano dove vogliono. Ho altre cose per la testa.
Posso immaginare il motivo per cui è andato via. O almeno, credo sia quello.
Ha fatto la sua parte, egregiamente direi, ed ora tocca a me. Cosa voglio? Lui, ovviamente. Sono pronta ad accettare quello che ci aspetta? Si, dopo tutto quello che abbiamo passato, direi proprio di si. Voglio prendermi tempo per pensarci? Direi che ce ne siamo presi fin troppo. Quindi non dovrebbero esserci problemi, giusto? E allora perché ho un crampo allo stomaco? Forse è la paura inconscia che sia lui a ripensarci. Che possa considerare questo uno sbaglio e separare le nostre vite. Non che pensi che stare con lui sarà facile. Mulder è e rimarrà un uomo impulsivo e testardo, che si mette nei guai e non ascolta i consigli, e continueremo a litigare come abbiamo sempre fatto. Eravamo insieme, prima. Ed ora continueremo ad esserlo. Ancora di più.
Lascio i capelli umidi e corro a vestirmi, infilando in valigia gli indumenti sparsi attorno al letto.
"Agente Scully, è in camera?" La voce di Ben si accompagna a due colpi sulla porta. Quando vado ad aprire la vedo già pronta per partire. Entra con un piccolo borsone militare e occhiali da sole infilati nel taschino della camicia.

"Salve." La saluto. "Già in partenza?"

Ammicca con le spalle prima di rispondere. "Già. La mia licenza scade oggi e devo prendere il primo volo in partenza se non voglio avere noie con Crowford."

"Frank viene con me." Aggiunge poco dopo.

"Che cosa ha intenzione di fare?"

"Ormai si è scoperto troppo, non ha più senso rimanere nascosti. Venderà la casa in Illinois e si trasferirà in Montana."

"E lei?"

Bentham sorride, e provo un moto di affetto e simpatia verso questa ragazza che è entrata come un ciclone nelle nostre vite e le ha stravolte in un modo in cui nemmeno immagina.

"Ho intenzione di chiedere nuovamente il trasferimento su una portaerei."

"Crowford potrebbe negarglielo." Ho ancora sugli occhi l’immagine di quella sottospecie d’uomo dell’hangar sette.

"Lo affronterò e farò in modo che si pieghi alla mia volontà."

"Lei è testarda, lo sa?"

"Oh, il suo partner mi ha detto che sono strafottente, lei mi dice che sono testarda… vi siete messi d’accordo questa notte?"

Sento le mie guance avvampare e l’imbarazzo impossessarsi della mia bocca. Cerco di articolare qualche parola, ma la comunicazione è momentaneamente sospesa.

"Lui non mi ha detto niente," aggiunge, gli occhi ballerini che mi scrutano. "Ma era piuttosto evidente."

"Suppongo di si."

"Avanti, Scully, non deve essere stato così male, no?" Mi da una pacca sulla spalla e scoppia a ridere. Non posso fare a meno di seguirla. Così che stiamo lì, a ridere come matte, come se avessimo ancora sedici anni, come se con me ci fosse Melissa.

"No, direi proprio di no." Mormoro. E passa qualche secondo prima che le nostre risate si attenuino.

"Le manca?" Chiedo all’improvviso.

"Bates?" Mi domanda e annuisco lentamente. "Maledettamente." Sospira. "Ma non posso vivere nella sua ombra e nel suo ricordo. E’ presto per pensare al futuro, ma posso cominciare dal presente e da quello che mi resta."

"E’ un inizio." Annuisco. "Buona fortuna, capitano Rice. E grazie."

Sorride. "Buona fortuna, Agente Scully."

Afferra il borsone e apre la porta della mia stanza. Frank l’attende appoggiato al muro. Ci salutiamo con un sorriso e un cenno della mano, e li vedo incamminarsi lungo il corridoio, e, poco dopo, sparire alla mia vista.

***

Red Carriage Motel
Sacramento, California
Ore 01,10 pm
Lunedì
La dichiarazione la colpisce in pieno petto, come uno strale che fendendo l’aria si fosse conficcato nel suo cuore all’improvviso. Non ha il tempo di assimilare cosa sta accadendo. E tarda alcuni secondi a percepire le labbra di Mulder percorrerle la mascella e stendersi lungo la pelle del suo collo. Cerca di rimanere lucida e calma, e razionalizzare l’accaduto. Ma c’è poco da razionalizzare quando la lingua del suo partner le stuzzica il lobo dell’orecchio, e un brivido le percorre la spina dorsale.

"Mulder, non…" Parla roca e malferma, ma il suo partner la zittisce sussurrandole nell’orecchio con una voce da divo del porno, camera da letto in penombra e lenzuola rosse di seta.

"No, Scully. Lasciamelo fare."

L’adrenalina le blocca le connessioni neurali, e improvvisamente si sente calda, eccitata e pronta a tutto pur di averlo dentro di sé. Al più presto. Avverte il fuoco divamparle dentro e scalarle il viso.

"Permettimi di farlo." Continua a bisbigliarle.

E Scully sente le grandi mani di lui segnarle dolorosamente la strada della schiena, e afferrarle le natiche. Non riesce a capire come, ma una frazione di secondo dopo si trova distesa sul letto e lui la guarda. E la guarda. E non smette di guardarla quando le traccia il profilo del viso con un dito. Mortalmente lento e languido. Eccitante.
Sa di essere totalmente bagnata.
Le dita del suo partner indugiano lungo la linea del collo e scendono fino a che il primo bottone del pigiama non le frena. Indugiano, scherzando brevemente con la possibilità di cessare lì la loro corsa. Ma poi vengono raggiunte dall’altra mano e fanno saltare il primo bottone dall’asola. Un lembo di pelle lattea si sofferma davanti ai suoi occhi. Scully può vedere le pupille del suo partner dilatarsi ad ogni mossa. Si muove per aiutarlo, ma Mulder le blocca le mani e le riconduce placide sul materasso.
"Lasciamelo fare, Scully." Ripete e si tuffa nuovamente nell’impresa.

Bottoni fuori dalle asole, ma la pelle non è ancora esposta. Solo una striscia che arriva alla cintola dei pantaloni. Mulder freme un attimo nell’assaporare l’attesa, e scosta lentamente i lembi della casacca, scoprendole i seni e i capezzoli turgidi e rossi.
Sembra affascinato.
Scully non capisce perché la stia guardando in simile adorazione, ma poi lo vede abbassarsi, sostenersi con gli avambracci e iniziare a baciarle ogni centimetro di pelle esposta. E’ un tocco morbido e ardente, che lascia tracce di saliva che brillano alla luce opaca dei due abatjour. Quanto di più erotico qualcuno le abbia mai fatto.
Sussulta quando Mulder le prende in bocca il primo capezzolo. E inizia a respirare a fatica quando sente la sua lingua accarezzarglielo lentamente. E’ terrificante. Lascia andare un piccolo mugolio quando avverte i suoi denti.
E’ una dolorosa partenza, lo sente allontanarsi, ma le sensazioni ritornano a cavalcarla quando la bocca del suo partner si posa sull’altro capezzolo. Può sentire brividi fisici percorrerle la schiena, e deve ricorrere al quel briciolo di autocontrollo che le rimane per non sbatterlo sul materasso e prenderlo in quel modo.
Fa quasi male il suo desiderio.
Mulder allontana la bocca dal capezzolo, e lascia che le dita continuino l’opera, mentre lui persiste nell’esplorarle la pelle.
Il suo addome.
Ne percorre ogni centimetro, curva e sentiero, e si ferma giusto prima che la sua lingua si insinui sotto i pantaloni.
Non è ancora il momento.
Scully vorrebbe urlare quando lo vede abbandonarla e sollevarsi sulle ginocchia. Sa di avere una faccia sconvolta. O arrabbiata. O incerta. E lui quasi se ne compiace. Può vedere un lieve sorriso curvargli le labbra.
"Lascia che mi faccia perdonare." Le bisbiglia, e l’afferra per voltarla di schiena.

Con fremente lentezza le sfila la blusa e la lascia cadere a terra, beandosi un attimo della visione della pelle nuda della sua partner.
Scully lo sente spostarsi, il cigolio del letto che si muove sotto di lei. E avverte nuove sensazioni, quando Mulder riprende la sua esplorazione, tracciandole le scapole con la lingua, e la linea della spina dorsale.
E poi tutto finisce. Il suo partner indugia sulla cintola del pantalone e si allontana. Il suo calore che si distacca inquieto.
Tutto tace per qualche istante, ma per Dana Scully sembra trascorrere un’intera eternità senza che lui la tocchi ancora.
No, non può farglielo. Non ora.
Dà una spinta verso di lui, ma Mulder la trattiene sul materasso.
"Non avere fretta, Scully. C’è tempo."

-Fottiti- vorrebbe rispondergli, ma ogni parola le muore in gola alla sensazione delle dita del suo partner che le sfilano lentamente pantaloni e mutandine. Li vede volare al lato del letto, e ha appena la percezione dello sguardo di Mulder su di sé, e sull’umidità del suo centro.
Percepisce le sue dita indugiare un attimo sulla pelle delle sue natiche, ma la bocca prende immediatamente il loro posto, divorandole il culo con eccitante veemenza.
Non c’è centimetro della sua pelle che non sia bagnato della sua saliva. Scully lo sente muoversi, odorarle un attimo il sesso e proseguire lungo le sue gambe, indugiando ancora, qualche minuto, sulle sue piccole caviglie.
Scully fa fatica a respirare. Il volto per metà pressato sul cuscino. Ha l’impressione che il cuore stia per uscirle dal petto.
Trattiene il fato, nonostante tutto, aspettando l’atteso. Attendendo il familiare suono della zip che viene abbassata a scoprire il suo cazzo ardente, ma non è così.
Si scosta e solleva per guardare Mulder che la fissa. Immobile. Accarezzandole la pelle delle gambe, come se toccasse velluto e avesse timore di rovinarlo. Ma poi le sue dita si fanno insistenti e cominciano a viaggiare verso l’alto, a sfiorarle il sesso brevemente, fino a che una di loro vi si immerge per tastare il terreno. Scully non può evitare di irrigidirsi. Non per timore. E nemmeno per paura. Ma per quella calda sensazione che le si irradia in tutto il corpo e le impedisce di respirare. Mulder se ne accorge, e indugia un attimo prima di immergersi nuovamente dentro di lei, pizzicare, massaggiare, carezzare, e trovare il giusto ritmo, quando la sente sospirare rudemente.
E’ un colpo al suo inguine dolorante, ma impone a se stesso di non pensarci. Arriverà il momento in cui troverà quiete. Ma non ora. Ora è solo per lei.
Incrementa il ritmo, e la sente respirare velocemente. Ancora. Lei rantola in piccoli sbuffi. E’ calda e vicina.
"Mulder…" Mugola e cerca di spingersi contro di lui, perché la sua mano sfiori il bocciolo di nervi che sta lì e la faccia venire. Ma Mulder la trattiene sul letto e, lentamente, si allontana da lei.

Scully non riesce a crederci. E’ sul punto di voltarsi e gridargli contro di fotterla come si deve, ma il suo partner la precede e la mette supina sul letto. Fissandola. Il volto arrossato e le pupille dilatate. Non ha tempo di assimilare quello che vede, o di formulare una frase coerente, se mai questo sia possibile. Mulder le infila due dita dentro, spargendo i suoi umori sul copriletto. E un secondo dopo, Dana Scully non è in grado nemmeno di articolare il suo nome o recitare l’alfabeto. Un secondo dopo, Dana Scully sente la bocca del suo partner divorarle il sesso.
Allarga le gambe e non può fare a meno di urlare quando sente la lingua di Mulder sfiorare il clitoride.
"Muld…" Sussurra o tenta di farlo, e si spinge contro di lui per incitarlo a continuare. Più forte. Di più.

Lui lo sa. Mulder cerca di assaporarla in ogni angolo, di gustarne il sapore e sentirne l’odore. E continua. Continua. Fino a che sente le sue pareti vacillare e scuotersi. Solo allora si solleva. Abbandona lentamente quel nido ricco e caldo, e continua a fissare i suoi riccioli umidi, finché non alza lo sguardo e incrocia gli occhi di Dana Scully supplicarlo in silenzio.

"Un attimo solo." Mormora, e le pianta un piccolo e casto bacio sul ginocchio.

Si solleva dal letto, e, in piedi, cerca di slacciarsi i jeans. Ma è impacciato, e teso e l’evidenza del suo cazzo s’adombra dalla stoffa pesante e ruvida. Le mani gli scivolano sul bottone e rischia di castrarsi con la zip.
Scully si solleva quel poco così che possa raggiungerlo e aiutarlo nell’agognata missione. Mulder la lascia fare, e sospira all’inumana lentezza con cui la zip viene abbassata e il bottone esce fuori dall’asola.
E’ un sollievo, e Mulder non può fare a meno di socchiude gli occhi. Per un attimo soltanto. E espirare profondamente.
Si abbassa per togliere jeans e boxer, e, rialzatosi, Dana Scully può ammirare affascinata quel nugolo di riccioli scuri da cui emerge teso, grosso e rosso il cazzo del suo partner. Riesce a sfiorarlo appena, un’asta coperta di seta, ma Mulder si tira indietro e le blocca le braccia. Scully si lascia manovrare facilmente. E’ un fascio di desiderio e piacere. Qualunque cosa per averlo in profondità.
Mulder si stende su di lei e le divora la bocca, leccando, succhiando, lasciando che le loro lingue si intreccino e lavorino insieme.
"Dopo pensiamo ai baci." Gli sussurra e lo vede spostarsi e sedersi sui suoi talloni. Le afferra le gambe e le getta sulle sue cosce.

La punta del suo pene inizia a stuzzicarle le labbra e ad insinuarsi dentro di lei.
Fa piano, si dice. Sa di essere troppo grosso. Sa che potrebbe farle male. Ma deve ricorrere alla sua residua forza di volontà per non immergersi profondamente in lei e sbatterla fino a farla urlare.
La bocca di Scully è aperta e contratta, in un’espressione di pura estasi. Mulder l’osserva, e sente le sue pareti cedere al suo passaggio. E’ calda e bagnata e deve respirare profondamente per andare con calma. Piano. E inizia a spingere e incrementa la velocità ad ogni colpo. Non sa cosa l’ha fermato dall’infilarsi completamente, ma già così vede la sua partner dimenarsi come una gattina in calore e mormorare parole senza senso in un sussurro roco e disarticolato. L’afferra i fianchi e spinge ancora, e ancora. Ma la sensazione è troppo intensa. Non riesce a resistere oltre. Deve fare qualcosa. Calmarsi prima di riprendere.
Si toglie completamente e sosta sui talloni.
Scully tarda qualche istante a capire quello che sta succedendo, e quando alza lo sguardo lo vede tenersi la punta del cazzo e fare profondi respiri. Il suo volto è rosso e ha l’impressione che stia per esplodere. Che stiano per esplodere.
Lei si sente molle e stanca, sembra quasi che i muscoli delle sue braccia siano stati privati di ogni energia, ma riesce comunque a sollevarsi e ad avvicinarsi a lui. Rivoli di sudore gli scendono sul collo, e s’attarda ad assaggiarne il sapore salino con la lingua. Sa di Mulder.
"Scully…" Piagnucola lui, ma lei gli afferra i testicoli con le mani, massaggiandoglieli lentamente. Può giurare di sentire un gemito provenire dalla sua gola.

"Lasciati andare." Gli sussurra. "Lasciati andare."

I loro sguardi si incrociano e ogni remore in lui scompare. Si arpiona alle sue labbra e la getta sul letto. Può sentire le sue gambe cingergli i fianchi e la punta del suo cazzo sfiorarle il sesso. E ogni indugio si frantuma.
La penetra quasi con violenza, seppellendosi fino ai testicoli. Scully gli conficca le unghia nelle scapole e soffoca un urlo nella sua bocca.
I loro occhi si incrociano ancora. Mulder è immobile, e fissa quel blu liquido, scorgendovi tutto quello che non ha mai pensato di ricevere da una donna. Ha fatto sesso. Tante volte. Ma mai nessuno l’ha guardato così.
Si ritira dolcemente e sbatte in lei, toccandole la cervice e sentendola sussultare. Un turbinio di piacere e sensazioni calde e soffocanti, mentre lui spinge e sente la sua partner ansimare pesantemente. E spinge di più. Più forte. Più veloce. Fino a che diventano semplici scatti di un unico corpo che si muove all’unisono. Martellante, Mulder sente le pareti di Scully iniziare a scuotersi, e un terremoto irrompere e stritolargli il cazzo. Si ferma solo il tempo perché la sua partner possa riprendere a respirare, e solo il tempo perché lui possa smettere di ammirare il volto di Scully contorto da un violento orgasmo. Ma è solo qualche istante, perché l’urgenza si insinua nelle sue spinte frettolose, e i talloni della sua partner sul suo sedere lo spingono in profondità e lasciano che il suo sperma schizzi fuori e l’invada completamente.
Il volto di Mulder è contratto in una smorfia di assoluto piacere. Scully vede la sua bocca aprirsi in cerca di ossigeno, e richiudersi lentamente. Vede i suoi occhi stanchi mentre si accoccola su di lei, e rimane immobile attendendo che i loro respiri si acquietino. Gli bacia le tempie sudate, ma dubita che lui possa accorgersene. I suoi occhi sono semichiusi e fissi in un punto qualsiasi della parete di fronte.
E’ ancora dentro di lei.
Lui lo sa. Ma non vuole ancora andarsene. E’ troppo bella la sensazione di un calore che ti circonda in ogni istante. E sente gli occhi pizzicare di lacrime, perché se ne rende conto. Sa di aver trovato la sua nuova strada.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:51 pm    Oggetto:  
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PARTE TREDICI: RITORNI



Cimitero di Raleigh,
Nord Carolina
Ore 04:00, pm
Martedì

Cammino lentamente nel sentiero sbrinato. La neve ha iniziato a sciogliersi e l’acqua ha trasformato il terriccio pressato in un tappeto di pozzanghere e fanghiglia. Sembrano l’opera di un artista contemporaneo che ho visto una volta, in un museo di arte moderna. Non avevo la più pallida idea di cosa esso significasse, ma aveva un significato, questo è certo. Anche questa fanghiglia ha un significato, ne sono sicuro, solo che ancora non lo capisco. Sarà una metafora di qualcosa.
Scully non ha chiamato.
Speravo lo facesse dall’aeroporto, o magari mi mandasse un messaggio, giusto per farmi sapere che era arrivata sana e salva. Ma non l’ha fatto.
Suppongo che anche questo abbia un significato, solo che non lo comprendo.
All’improvviso mi rendo conto di quante cose non sappia. Sono considerato un uomo brillante e geniale, ma in questo momento non mi sento per nulla tale. Mi sento solo un tizio che ha tante cose da imparare e molto da apprendere.
Arrivo all’uscita del cimitero e mi avvio a capo chino verso la mia automobile. Sto infilando le mani in tasca per recuperare le chiavi, quando una voce mi fa bloccare e alzare lo sguardo. Lei è lì.
"L’aspettavo, agente"

Scully è accanto alla mia auto. Il borsone è ai suoi piedi e sembra avere una espressione felice. Immagino ricalchi la mia, o il sorriso che si è installato sulla mie labbra.

"Non dovevi andare da tua madre?"

Mi avvicino a lei per sentire il suo profumo. Dio, mi era mancata.

"No." Mi risponde. "A dire il vero, era una bugia."

Ora si che sono sorpreso. E sbalordito. E affascinato. E terrorizzato. Non le ho mai visto quello sguardo, tranne questa notte, chiaro.

"Una bugia?"

"Ho pensato che ti servisse una mano nel fare un po’ d’ordine."

"Speravo che venissi. Sono contento che tu sia qui." Il mio cuore è pronto ad esplodere. Tutte quelle stronzate che ci si racconta da bambocci, sulle farfalle nello stomaco, la tensione, le palpitazioni e una grande euforia… beh, pensavo che fossero questo. Stronzate. Che non esistessero davvero. "Anche se non capisco perché tu insista a volermi tra i piedi." Comincio a piagnucolare e vedo il suo volto iniziare a divertirsi. CHIARO, che vuole giocare con me. O prendersi gioco di me. "Sono un cavernicolo, dovresti cercarti qualcuno che ti faccia stare bene davvero, Scully."

"Beh, ieri sono stata molto bene."

Adesso quello imbarazzato sono io. A quanto pare non sono l’unico che ha gradito la cosa.

"Forse c’è qualcosa di meglio in giro."

"Di così?"

La vedo avvicinarsi pericolosamente.

"Sono un borioso e strafottente testardo, Scully."

"Si, ma se il mio," e si aggrappa alle mie spalle, "borioso e strafottente testardo." Sussurra a pochi centimetri della mia bocca, e mi passa le sue labbra sulle mie in un brivido che mi arriva fino all’inguine. Se mi avessero punzecchiato i testicoli con un centinaio di spilli sarebbe stato meno doloroso.

"Ah, Scully…"

"Dimmi." Da dove diavolo ha tirato fuori quella voce? Che razza di inferno sarà lavorare ogni giorno con lei, senza prenderla direttamente sulla scrivania e direttamente con i vestiti addosso? Dobbiamo lavorare sul nostro autocontrollo. O meglio, sul mio.

"Che ne dici se… ci dedichiamo prima a… ad allentare un po’ la tensione?"

La vedo aprirsi in un sorriso.

"Adoro il tuo modo di pensare."

Inizia a divorarmi le labbra, facendomi perdere ogni cognizione di spazio e tempo. E all’improvviso mi sembra di galleggiare e non riuscire a riprendere fiato.

***

1 mese dopo
Portaerei Seahawk,
Mediterraneo Orientale
Ore 06:00, pm
Martedì
"Allora, com’è il tempo laggiù?" La voce di Frank le giunge lontana e disturbata nel telefono satellitare. Ma è felice di sentire la sua voce.

"Una bella serata di primavera. Il sole tramonta sulle onde e l’odore del mare mi riempie i polmoni." La prua è deserta a quest’ora del giorno. Le esercitazioni sono finite, e lei può rilassarsi prima di cena.

"Com’è andata oggi?"

"Bene. Il mare è stato calmo, non abbiamo avuto difficoltà negli appontaggi e no, nessuno ci ha sparato contro."

"Gli aerei hanno dato problemi?"

"No. Perfetti."

E’ l’unico timore di Frank. Non vederla tornare viva.

"Grazie per la casa." Aggiunge.

"Oh, sei molto più ordinata di quanto supponessi." La beffeggia, ma entrambi ridono felici. "Ma non preoccuparti, mi sto guardando attorno in cerca di qualcosa di mio."

"Fa con calma. Devo rimanere a mollo per cinque mesi ancora."

In un certo senso, non vuole che se ne vada. Non immediatamente almeno. Dio solo sa, quanto entrambi abbiano bisogno di affetto incondizionato, quell’affetto dei cari che è stato portato via troppo presto.

"Non vorrei che tornassi con un bel marinaio e fossi di intralcio." La canzona.

"Frank!"

"Avanti Ben, nessun bel calamaro ti fa il filo a bordo? Che razza di uomini sono?"

Lei pensa al capitano addetto alle comunicazioni. Al modo in cui le ha sorriso in un paio di occasioni. Ma è ancora troppo presto.

"Forse." Rimane sul vago.

"Va bene, quando vorrai parlarne ad un vecchio come me, sarò pronto ad ascoltarti. Semper fidelis."

"Semper fidelis." Mormora e sente la comunicazione chiudersi.

Abbassa il telefono e scruta il cielo oscurarsi al di là del mare. Sta calando la sera e il suo stomaco brontola. Sente arrivare una brezza da sud, un vento caldo che le accarezza il viso.
E’ ora di rientrare.
Si allontana sul ponte, e intorno, la notte inizia ad ammantarsi di ombre.
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MessaggioInviato: Mer Set 03, 2008 7:53 pm    Oggetto:  
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PARTE QUATTORDICI: EPILOGO





Non è importante il tempo.

Il tempo sono sensazioni che scorrono. Sono anni che volano. Sono pagine di calendario che vengono gettate via. Sono stagioni che passano, colori che vanno e vengono, muoiono e si rinnovano. Il tempo è una realtà fisica che comunque non possiamo fermare, e che andrà avanti anche se non saremo qui.

No, non è importante il tempo.

Perché quello che sei stato per tutta la vita può mutare in un solo e minuscolo istante, e quello che non è accaduto mentre i tuoi anni passavano, mentre vedevi le stagioni andare e venire, come placide onde del mare, e mentre il tempo trascorreva senza che tu potessi farci caso, quello accade nella frazione di un attimo. E quell’attimo ti fa diventare una persona diversa.

Le pagine del mio calendario pensavo fossero già scritte, in un’amara illusione di una vita da spendere nella ricerca di una fine. Non speravo che la fine giungesse, mi aggrappavo a questa speranza per andare avanti, per alzarmi ogni mattina e vedere allo specchio quello che ero, e nascondere la paura di diventare.

Ma poi un giorno, gli specchi si infrangono, e non puoi più guardare il tuo volto. Devi cercare un nuovo specchio e vedere un volto nuovo.

In un certo senso, avevo paura di crescere.

Ancorato ancora a quella realtà della mia infanzia che guidava una parte di me, e atrofizzava l’altra, impedendole di smuoversi. Non capivo. O non volevo fermarmi a capire, e a guardarmi e riflettere sul gioco in cui ero caduto, annullando me stesso. E quando non sei tu a farlo, qualcuno rompe gli specchi per te. Può essere una scelta consapevole, quella che ti porta in una direzione inaspettata. E’ vedere una guerra, morti e la tua innocenza e la tua fiducia scomparire tra le macerie. O è vedere la fine, e girarsi indietro, su una strada percorsa, e accorgersi che ci sono tante strade che ancora non hai percorso.





FINE
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